Intervista a Diego Tigrotto

1) Ti definisci un artivista sex positive: cosa indicano queste espressioni?

Artivista è una crasi tra le parole artista e attivista perché cerco di esprimere la filosofia sex positive anche attraverso l’arte.

2) Da anni indossi quotidianamente tutine animali: perché questa scelta?

Nasce come forma radicale dell’espressione di sé, che è uno dieci principi del Burning Man. Io ho partecipato a quest’evento nel Nevada e ho visto che indossare le tutine animali mi risuonava e ho sposato questa forma di espressione. Mi piace cercare abiti non solo di animali, ma anche colorati, metto smalto, ecc. E’ anche una forma di esibizionismo, un non volersi nascondere ed un modo per filtrare le persone che sono o no attratte da questa modalità: ognuno ha il suo modo di esprimersi, di vivere la propria socialità.

3) In uno dei tuoi cortometraggi, “Ki è my Papino?”, metti in scena la fantasia di un abuso incestuoso e nei tuoi cerchi di condivisione sottolinei la necessità del non giudizio nei confronti di qualunque fantasia sessuale. Che rapporto c’è tra la liberazione delle fantasie e il consenso?

La fantasia raccontata nel corto rientra nella sfera del non consenso-consensuale, , cioè nel poter giocare con fantasie di abuso avendo concordato prima le modalità ed i limiti, in modo da viverle senza commettere degli abusi reali. Le fantasie sono centrali nella sessualità ma se ne parla poco perché a volte vengono giudicate come sporche o immorali.

4) Ci parli del progetto La Tana Libera Tutt* e degli eventi ad essa connessi?

La Tana Libera Tutt* è un progetto che ha come scopo principale quello di promuovere la filosofia sex positive e i suoi quattro pilastri: consenso, non giudizio, consapevolezza e piacere. Lo facciamo in modo pratico attraverso laboratori e workshop ma anche parlando nei cerchi di condivisione e tramite la rete dei social. E’ un progetto in divenire: ultimamente stiamo preparando un mazzo di Tarocchi Sex Positive.

Sex positive è un termine che, nonostante abbia ormai sessant’anni, è ancora poco conosciuto in Italia nella cultura attuale.

5) Partecipi a diversi Porn Film Festival indipendenti. Come definiresti l’esperienza di questi festival?

I festival sono innanzitutto un’occasione per incontrarsi con altre persone che a loro volta si occupano del porno diverso da quello mainstream, un tipo di porno che ha intenti anche politici. Quando ci vado cerco materiale d’ispirazione. Allo stesso tempo cerco di creare materiali da condividere e che possano essere stimolanti anche per le altre persone. Ultimamente ho fatto un video che è stato selezionato per il Porn Film Festival di Berlino e per il San Francisco Porn Film Festival. Questi sono i festival a cui ho già partecipato insieme al Hacker Porn Film Festival di Roma, il Vienna Porn Film Festival e quello di Atene.

6) Nel mockumentary “Sexplorer” troviamo la parodia di un documentario su riti ecosessuali. Cos’è per te l’ecosessualità?

L’ecosessualità è un movimento ideato da Annie Sprinkle e lanciato come possibilità di vivere la sessualità all’aperto, nella natura, una sessualità connessa con i sensi, con il tutto, in modo tantrico ma anche giocoso. Nel Ecosex Manifesto si parla del fare l’amore con la natura oltre che nella natura. La natura, quindi, oltre ad essere cornice, diventa anche parte integrale dell’atto sessuale, il quale non è, perciò, da intendersi necessariamente come genitale.

7) Un altro tema ricorrente nei tuoi lavori è quello dello spanking, che troviamo nel corto da te diretto “A Spanking Ode” e in una scena della pellicola “Female Touch” di Morgana Mayer. Che rapporto c’è tra parafilie, BDSM e la filosofia sex positive?

La parola parafilia è quasi medica ma nel sex positive ha una valenza diversa. Le pratiche del BDSM sono incluse nell’ambito sex positive. Lo spanking è una delle pratiche che ho potuto fare in pubblico. La sento come una pratica intima, un contatto molto sensuale ma allo stesso tempo giocoso.

8) C’è qualcos’altro che vorresti aggiungere?

Questo periodo è stato molto duro per il nostro progetto de La Tana Libera Tutt* per via della pandemia da Covid 19. Però sono riuscito a creare nuovi progetti: i Tarocchi, articoli pubblicati sul web, un fumetto sex positive e a produrre un altro video. L’isolamento mi ha permesso di trovare il tempo per creare progetti diversi e portare avanti il mio lavoro non solo attraverso le esperienze fisiche.

Diego Tigrotto

SexPositiveArtivist

LaTana LiberaTutt*

Intervista alla redazione di Uniporn TV

Da web ( immagine libera da diritti)

1) Il vostro sito web si apre con la dicitura “la prima piattaforma italiana dedicata al porno etico e indipendente” Cosa s’intende, dal vostro punto di vista, con l’espressione “porno etico”?

Il porno è “etico” quando risponde a una serie di requisiti. Innanzitutto, le persone che vi hanno lavorato devono averlo fatto liberamente e previo consenso, senza coinvolgimento di minori. In secondo luogo, come per ogni lavoro, deve esserci stato un giusto riconoscimento economico o la scelta consapevole di farlo in forma di attivismo. In ogni caso che il film sia realizzato in un contesto libero da sfruttamento e forme coercitive o gerarchiche. Infine, ma non meno importante, tutte le sessualità, i desideri e i corpi possono essere rappresentati.


2) Come scegliete i film che proponete?

I film vengono scelti attraverso vari canali. Dai festival allo scouting vero e proprio. Sempre più spesso però veniamo contattati noi da regist* e performers che vorrebbero condividere i loro lavori sulla nostra piattaforma.


3) Secondo voi, come è cambiata la pornografia nei suoi passaggi dal cinema alle videocassette e infine al web?

Al passaggio dal cinema “a luci rosse” alle VHS e, infine, alle piattaforme di pornografia online abbiamo dedicato uno dei nostri primi articoli sul blog di Uniporn. Volendo tracciare una breve (e un po’ parziale) storiografia, possiamo dire che il cinema in quanto luogo pubblico, implicava un certo grado di esposizione, quindi il pubblico ovviamente era prevalentemente maschile. Allo stesso tempo costituiva anche un luogo di ritualità collettiva. Con le VHS la cosa cambia radicalmente, la pornografia entra nelle case, diventa più accessibile e si è meno esposti quando la si guarda. Infine, grazie a internet, questa accessibilità diventa ancora più ampia. Da un lato sicuramente il rischio è quello dell’assenza di un filtro, soprattutto nel caso di contenuti violenti, dall’altro lato però la rete ha implicato maggiore scambio e accessibilità a contenuti non mainstream, come ad esempio il porno etico.


4) Piattaforme come la vostra nascono con l’intento di essere alternative al porno mainstream o per allargare gli orizzonti della pornografia?

Preferiamo immaginarci più come possibilità che come alternativa. Anche nel porno mainstream c’è molta professionalità e ha avuto un ruolo importantissimo creando breccia in varie battaglie attraverso alcuni suoi personaggi di spicco. Solo crediamo che non basti e che non ci rappresenti tutt*.


5) Quanto conta l’intersezionalità dei temi all’interno di una pornografia che si definisce etica?

L’intersezionalità è un po’ la chiave di lettura principale. Sia in termini di rappresentazione dei corpi, dei desideri e delle identità sessuali, sia in termini di capacità di creare una vera e propria cultura del sesso. La pornografia ha a che fare con i rapporti di potere e con l’intimità, il corpo e il desiderio sono da sempre terreno di battaglia e allo stesso tempo strumenti di resistenza e di liberazione.

6) C’è qualcosa che vorreste aggiungere?

Una cosa che non ci stancheremo mai di ripetere è che la pornografia è uno strumento di produzione culturale con una grossissima responsabilità, perché contribuisce a creare gli immaginari legati alla sessualità delle persone. Non è quindi possibile pensare di combattere la violenza di genere senza ripensare la pornografia in senso etico, a partire dal riconoscimento dei diritti delle e dei sex workers.

Recensire sex toys attraverso video porno: il progetto di GaiaOnTop

Le seguenti foto sono state a me fornite per gentile concessione della persona interessata.

 

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  • Da alcuni anni ti occupi della vendita e sponsorizzazione di sex toys. Come è nata la passione per gli oggetti del piacere tanto dal volerne fare una professione?

 

E’ da circa dieci anni che sono in questo settore ma prima lavoravo per un’altra azienda. Da lì ho visto la possibilità di creare un mio marchio che è La Chiave di Gaia. Vendiamo prodotti con materiali certificati, di qualità. La passione verso questi oggetti c’è sempre stata, poi ne ho fatto un lavoro.

 

  • Ad un certo punto hai iniziato a produrre video su diverse piattaforme in cui mostri l’uso dei sex toys, provandoli su te stessa, quindi dei veri e propri contenuti pornografici. Come ti è venuta quest’idea?

 

Io ho sempre proposto i toys come strumenti di benessere. Sono stata tra le prime a proporre questi prodotti. Ad un certo punto, vedendo che il mercato era cambiato, ho deciso di provare un’altra modalità di promozione. Ho visto su Pornhub un’attrice francese che faceva video per un’azienda. Io avevo già un’azienda e ho deciso di provare pensando che le persone potessero sentirsi più vicine a me che ad un’attrice. Così è nata GaiaOnTop. La piattaforma che uso più spesso è Pornhub, poi uso anche altre piattaforme.

 

  • C’è qualcuno che ti aiuta nella tua attività?

 

Sì, ho mio marito che si occupa della parte di regia, della parte informatica che è la parte più difficile di questo lavoro, cioè gestire i social e occuparsi della qualità dei video. A volte bisogna lavorare di notte ed è necessario conoscere bene l’inglese perché Pornhub è americano. Se non avessi avuto mio marito avrei dovuto trovare un’altra persona che mi aiutasse nella parte pratica, perché io sono più portata per la parte creativa. Mio marito mi aiuta anche per la piattaforma di OnlyFans e per i social. C’è anche una mia amica che mi aiuta in questa parte del lavoro. Abbiamo anche un canale su YouTube. Questo perché non tutti sono abituati a cercare contenuti pornografici. Quindi ho voluto creare contenuti anche per un pubblico più femminile perché il pubblico di Pornhub è ancora molto maschile. Ho deciso anche di creare dei contenuti di coppia. Io sono la parte più dominante della coppia. Noi vogliamo comunicare che si può giocare, che non c’è nulla di male nell’usare i toys, anzi può essere divertente. In questi video io sono sempre la parte più protagonista.

 

  • Ti consideri una venditrice di sex toys che fa porno o una pornostar che vende sex toys? Ovvero il tuo è un lavoro più divulgativo o più sessuale?

 

Che bella domanda! Secondo me non c’è molta differenza. Sono sempre una sex worker. Lo ero anche prima perché parlavo di sesso anche se in quel momento lì non facevo porno. Non è mai stata solo una vera e propria vendita diretta perché parlavo con la gente. Quindi non c’è molta differenza con il lavoro che faccio adesso, solo che prima lo facevo soltanto con le parole e adesso anche con i video. Il lavoro di vendita è qualcosa che avviene di conseguenza. C’è anche gente che mi scrive dicendo di non aver mai usato toys ma che si è incuriosita con i miei video. C’è ancora tanto da lavorare sull’informazione in questo campo in Italia.

 

  • Come pensi di proseguire nel tuo progetto?

 

L’idea è quella di trovare sempre dei prodotti interessanti riguardo i toys. Nel frattempo sto creando nuovi contenuti e sto facendo anche delle collaborazioni. Per quanto riguarda il futuro, è difficile darsi una scadenza in questo lavoro. Parallelamente mi sto laureando in psicologia e conto di poter lavorare anche come psicologa oltre che come pornostar. Nell’immediato futuro spero di aumentare i numeri degli iscritti su Pornhub anche perché su questa piattaforma non sono molte le pornostar italiane.

 

  • C’è qualcosa che vorresti aggiungere?

 

Per quanto riguarda la sessualità, credo che bisogna sempre lottare per la propria libertà d’espressione. Il fatto di essere moglie e madre è ancora molto limitante quando si fa porno.

   Una cosa che a me non piace è il darsi troppe etichette. Se oggi può esistere una sessualità di tipo fluido, secondo me, non dovrebbe essere necessariamente etichettata. Non mi piace il fatto di dovermi per forza definire bisessuale qualora abbia rapporti con una donna perché, secondo me, non viviamo la sessualità secondo le definizioni che ci diamo. Io cerco di portare quest’idea anche nei miei video.

   Trovo assurdo, parlando di inclusività, che un lavoro come quello dei vari tipi di sex workers non sia legittimato. Io mi sono trasferita nelle Canarie perché qui quando porto mia figlia a scuola non mi giudicano se faccio la pornostar. Invece in Italia spesso mi dicono di non condividere la mia professione. Io trovo assurdo il non condividere le professioni altrui. Cerco d’insegnare a mia figlia che non dobbiamo avere troppi stereotipi e che non dobbiamo giudicare. Nei miei video mi piace far vedere che anch’io posso prendere l’iniziativa e non solo mio marito. Le coppie posso funzionare in molti modi.

Links: gaiaontop.com 

onlyfans.com/gaiaontop_free 

Instagram : gaiaontop_official 

 

Sessualità alternative, BDSM e parafilie: ne parlo con Ayzad

 

 

 

 

 

 

(https://ayzad.com/bio/)

1) Come è nato il tuo interesse per le sessualità alternative?

Credo si tratti semplicemente di una delle tante espressioni della curiosità che ho sempre avuto nei confronti di tutto – che poi è lo stato naturale di ogni persona fin dall’infanzia. In tutta sincerità, trovo incredibile che non sia un interesse che hanno tutti!
Il primo incontro con l’argomento è stato – prima ancora di sapere cosa diavolo fosse il sesso in generale – attraverso i fumetti controculturali degli anni ’70 e i disegni animati di Penelope Pitstop, che erano un’apologia non so quanto inconsapevole del bondage. Poi sono arrivate letture più o meno intellettuali, video, incontri con persone esperte e praticanti, viaggi, conferenze, eventi… e sto ancora scoprendo un sacco di cose interessanti.

2) Perché hai deciso di diventare un divulgatore in questo campo?

Inizialmente ero semplicemente “quello che ne sa”, a cui sempre più persone venivano a chiedere informazioni. Poi mi sono reso conto di quanto ciò che avevo imparato avesse migliorato la mia qualità di vita, e ho pensato che sarebbe stato utile semplificare quella degli altri risparmiando loro tutti gli errori, gli equivoci e l’ignoranza che avevano danneggiato me. Infine, appena pubblicato il mio primo libro ho cominciato a ricevere talmente tanti messaggi di ringraziamento da parte di chi grazie al mio lavoro aveva finalmente trovato la serenità… che non ho più avuto il cuore di cambiare mestiere.

3) Hai scritto due manuali sul BDSM. Perché hai scelto di soffermarti in particolare su questo argomento?

Un po’ perché è il tipo di arte erotica che apprezzo di più anche nella vita privata, e un po’ perché raccoglie quasi tutti i principi e la cultura delle sessualità alternative.

4) Ne Il dizionario del sesso insolito hai stilato un glossario sulle parafilie. Com’è nato questo libro?

Dallo shock che ho provato partecipando al mio primo convegno di sessuologia, in cui mi sono reso conto dell’esistenza di due mondi che non si sapevano parlare: i professionisti da una parte, e i praticanti dall’altra. Gran peccato, fra l’altro, perché entrambi i gruppi avrebbero moltissimo da insegnarsi l’un l’altro. Quel libro ha quindi la funzione di “stele di Rosetta” – ma con la riedizione in formato digitale, che contiene più di 10.000 link interni, è diventato anche quasi un videogame in cui si può saltare da una voce all’altra alla scoperta di un universo praticamente infinito.

5) Ti consideri una persona sex-positive?

Assolutamente sì. Tanto che ho scritto perfino il Manifesto degli esploratori sessuali, che in sostanza raccoglie in un unico documento tutti i principi della sex positivity.

6) C’è qualcosa che vorresti aggiungere?

Non ti conviene, perché quando comincio a parlare di questi argomenti tendo a non smetterla più! La cosa migliore è invitare chi ci legge a visitare il mio sito, dove potranno trovare moltissimi articoli, podcast, video e risorse per approfondire il tema dell’eros insolito.

 

Intervista ad Alithia Maltese, insegnante di shibari ed educatrice di sessualità alternativa

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Credits Vazkor

1)      Com’è nato il tuo interesse per la sessualità alternativa e il bondage in particolare?

Da piccola amavo legare le cose. Usavo quella che doveva essere una corda per saltare: sedie, tavoli, bottiglie, niente poteva stare al suo posto. Costruivo fortini, tende, castelli. Raggiunta la maturità sessuale ho iniziato a fantasticare di legare le persone. Nel giro di poco tempo la fantasia è diventata realtà. Sentivo, però, che mancava qualcosa. Usare sciarpe e cinture non era così soddisfacente. Giocare con la cera e fare sesso estremo con le persone che frequentavo non raccontava tutto di me. Inoltre avevo bisogno di parlare con qualcuno che avesse i miei stessi istinti, avevo bisogno di confronto. Così ho chiesto consiglio a un’amica che sapevo avere i miei stessi interessi e lei mi ha suggerito di iscrivermi a FetLife, un social network dedicato al BDSM che conta quasi nove milioni di iscritti in tutto il mondo. Qui ho scoperto dell’esistenza della comunità torinese, dei party e dei corsi di bondage. Mancava ancora un evento dedicato ai più giovani e così ho deciso di impegnarmi in prima persona fondando il TNG Torino, l’aperitivo informale dedicato al BDSM per persone tra i 18 e i 35 anni. A un certo punto mi è capitato di essere invitata a eventi pubblici, come il Fish&Chips Film Festival del cinema erotico, a parlare di temi quali il consenso, la violenza, il BDSM. Sono stata chiamata in quanto organizzatrice di eventi a tema sia come persona con un bel po’ di esperienza alle spalle. Non mi andava di arrivare a questi incontri impreparata, così ho cominciato a studiare educazione sessuale e a sviluppare un metodo personale per trattare argomenti connessi alla sessualità alternativa. Così ho avviato la mia attività di insegnante di shibari. Collegata all’attività di educazione e divulgazione è venuta fuori l’esigenza di accostare alla teoria la pratica e non avrei potuto scegliere altro strumento che le corde.

2)    Essendo un’educatrice di sessualità alternativa quali sono le tematiche che tratti nei tuoi corsi?

Il tema principale è sempre la comunicazione. Che stia tenendo una conferenza sul consenso o un workshop sul bondage per l’intimità, la comunicazione col partner è alla base di tutto. La comunicazione è uno strumento potentissimo attraverso cui possiamo esercitare in modo efficace il nostro consenso e che quindi permette di condurre una sessione BDSM in modo genuinamente soddisfacente. E il dialogo con l’altro passa soprattutto attraverso il corpo, anche se non siamo abituati a farci caso. E la comunicazione passa soprattutto attraverso il corpo. Per me legare vuol dire avere un dialogo. Trasmetto il mio stato d’animo, comunico i miei desideri alla persona che sto legando e contemporaneamente mi metto in ascolto. Il corpo parla, basta saperlo osservare.

3)      Quanto è ancora forte il tabù verso le pratiche BDSM?

Dal mio punto di vista il tabù è ancora molto forte e temo che per questo si debba ringraziare per questo l’immagine mainstream del BDSM, che è fuorviante e per nulla rappresentativa del mondo che vorrebbe mostrare. Troppo spesso il cinema e la letteratura d’intrattenimento hanno dipinto chi pratica BDSM come persone violente, con traumi irrisolti. Finché questo mondo verrà guardato dal buco della serratura, parlandone con pregiudizio e senza reale interesse nel comprendere di che cosa si tratti, questa visione persisterà. A me non interessa che il BDSM venga accettato o considerato normale. Quello che mi piacerebbe è che chi vuole avvicinarsi a questo mondo possa avere la possibilità di farlo in maniera consapevole. Sarebbe preferibile che il BDSM non venisse rappresentato per nulla invece che mostrato come una patologia psichiatrica.

4)      Perché in tanti credono che il BDSM sia violenza?

Alla base di tutte le pratiche del BDSM c’è il consenso. La violenza è, per definizione, un’azione volontaria esercitata da un soggetto su un altro, in modo da determinarlo ad agire contro la sua volontà. Questo rende BDSM e violenza mutualmente esclusivi.

5)      Il bondage è meramente connesso alle pratiche sessuali kinky o può essere considerato anche un’arte a sé stante?

Intanto dovremmo chiederci se tutte le pratiche kinky sono necessariamente sessuali e in che senso. Questa domanda ha molte risposte. Molti ti direbbero che non giocano con persone con cui non andrebbero a letto. Qualcuno pratica solo col proprio partner. In effetti alcune pratiche sono esplicitamente sessuali. Personalmente per me il BDSM non è per forza collegato al sesso o al mio desiderio sessuale ma senza ombra di dubbio ha a che fare con l’intimità e con la ricerca del piacere, di qualunque tipo esso sia. Il bondage è una pratica BDSM, è proprio lì, nella prima lettera dell’acronimo. Gioco spesso con alcune delle persone per me più care, mi piace condividere con loro momenti di intimità unici e irripetibili, ci piace prenderci cura gli uni degli altri anche attraverso queste pratiche, soprattutto nelle corde. Per me chi dice che il bondage è un’arte a sé mente sapendo di mentire. Probabilmente lo fa per renderlo più accettabile agli occhi della società. Il bondage, dicevo, è una pratica BDSM. Se si lega qualcosa o qualcuno per altri motivi, con altri obiettivi, artistici o promozionali per esempio, allora non rientra più nel BDSM e non è più bondage: è performance, è altro.

6)    Il termine shibari è un sinonimo o una tipologia di bondage?

Il bondage è la pratica in cui si limita o si impedisce temporaneamente la possibilità di movimento di una persona e/o la sua capacità sensoriale. Il rope bondage è il bondage fatto con le corde. Lo shibari, chiamato anche kinbaku, è il bondage giapponese: lo strumento principale sono le corde, le legature realizzate seguono la tradizione, l’estetica e la filosofia giapponese. Se mettessimo a confronto due foto, una di western bondage (rope bondage all’occidentale) e una di shibari anche chi non ha mai preso una corda in mano sarebbe in grado di capire che, pur trattandosi comunque di rope bondage, ci sono delle nette differenze tra le due pratiche, già a partire dall’estetica.

7)    Da persona facente parte di ambedue i contesti, come consideri il rapporto tra la comunità LGBTQ+ e il mondo BDSM?

Sono bisessuale, vengo dall’associazionismo LGBTQ+, non posso fare a meno di continuare a guardare a quel mondo, di cui faccio parte e con il quale collaboro. Negli anni ho riscontrato una certa resistenza da parte della comunità LGBTQ+ a interagire con la scena BDSM. Una resistenza sempre minore, per fortuna; negli ultimi anni molte persone giovani, soprattutto bisessuali, si stanno avvicinando a questa realtà. La mia percezione è che le persone LGBTQ+ talvolta pensino di trovare un ambiente non accogliente, anzi, magari anche discriminante, soprattutto per via degli stereotipi che il BDSM si porta addosso. La letteratura e la cinematografia alla quale siamo esposti sono ancora infarcite di cliché e storture: il masterone maschione seduce e sottomette la giovane e bella ragazza inesperta, la mistress in latex frusta violentemente un uomo, possibilmente di mezza età. La pornografia non ci viene in aiuto. Tutte le scene sono estremizzate, le interazioni sessualizzate in modo eteronormato o secondo il gusto eteronormato. Chiunque ci penserebbe due volte prima di rischiare di trovarsi in un ambiente composto da macchiette. La verità è che non siamo così. Certo, questi stereotipi da qualche parte sono saltati fuori, e forse dovremmo guardare più a romanzi come Histoire d’O (romanzo pubblicato nel 1954 e film realizzato nel 1975) che alle opere del Marchese de Sade o di Leopold Von Sacher-Masoch per cercare una spiegazione. La letteratura rosa, con quelle storie di procaci maschioni rapitori di svenevoli fanciulle, gli Harmony, così vicini alle casalinghe degli anni Ottanta, il successo delle 50 sfumature e il caso dei 365 giorni hanno contribuito a fare in modo che il vecchio immaginario BDSM, tanto basato sul genere e sui ruoli, si perpetrasse anche nell’epoca contemporanea. In un’intervista che mi ha rilasciato Rita Pierantozzi su scena BDSM e comunità LGBTQ+ https://www.alithiamaltese.com/scena-bdsm-e-comunita-lgbtq/, lei mi diceva che “molta della comunità GLBTQ+ è chiusa in un tentativo di normalizzazione che percorre vie eteronormate e fa fatica ad accettare realtà alternative. Si fa fatica ad accogliere bisessuali, persone trangender e non binary, figuriamoci persone kinkster. Il doppio stigma è difficile da portare”. Molto spesso persone LGBTQ+ mi chiedono: “Come posso fare ad avvicinarmi al BDSM in un ambiente queer?” In realtà il nostro aperitivo è queer. Io e Médou, che organizza con me il TNG Torino, siamo bisessuali, un altro degli organizzatori è non binary, ci sono molte persone LGBTQ+ e speriamo che, un po’ col passaparola, un po’ grazie ai miei interventi nelle associazioni LGBTQ+, ce ne siano sempre di più. È giusto che tutte e tutti abbiano uno spazio sicuro di confronto in cui poter sperimentare e conoscere persone.

8)    Secondo te quanto c’è ancora da fare per diffondere un’autentica cultura del consenso?

C’è un unico modo perché si diffonda la cultura del consenso: fare della propria vita il proprio attivismo. Non basta parlare di consenso se poi non ci impegniamo a mettere in pratica tutto quello che ci diciamo durante le dirette instagram o su twitch. La divulgazione, la diffusione della cultura del consenso è molto importante ma abbiamo bisogno di gesti concreti, quotidiani, per fare in modo che l’idea di consenso attecchisca. E poi c’è un altro aspetto che per me è strettamente legato al consenso, ovvero l’autodeterminazione. Sono convinta che nel momento in cui ci autodeterminiamo riconosciamo il nostro valore e questo riconoscimento ci rende più forti, rende più forte il nostro messaggio, rende più forti i nostri sì e i nostri no. Senza dubbio è importante continuare a lavorare sulla società ma non dobbiamo dimenticarci di lavorare prima di tutto su noi stessi.

9)    C’è qualcosa che vorresti aggiungere al termine di quest’intervista?

Sì, consigli per chi vuole avvicinarsi al BDSM.

A chi volesse saperne di più o volesse iniziare la propria esplorazione in questo mondo consiglio di informarsi sugli eventi presenti nella propria zona ed entrare in contatto con la comunità locale. Conoscere dal vivo persone già esperte o che si stanno affacciando a questo mondo permette di confrontarsi, farsi un’idea non solo sul tipo di pratiche che ci possono interessare ma anche sul tipo di rapporto che vogliamo avere con quelli che saranno i nostri compagni di viaggio. Inoltre far parte di una comunità ti dà la possibilità di avere informazioni di prima mano sulle persone con le quali ti rapporti, cosa che non sarebbe possibile con l’online dating. Questo è il motivo per cui ho fondato il TNG Torino.

Premesso che non mi interessa cercare di convincere le persone a entrare a far parte di questo mondo, ritengo che anche chi non ne ha mai sentito parlare potrebbe prendere come esempio per la propria vita personale e di coppia alcuni aspetti del BDSM, per esempio l’educazione al consenso o come esplorare più liberamente le proprie fantasie. Chi lo pratica ha come obiettivo la ricerca del piacere e durante la sessione di gioco è possibile portare avanti questa ricerca con i mezzi più disparati. All’interno della pratica possiamo esplorare i nostri desideri e condividerli con la persona con cui giochiamo. Possiamo provare vergogna, piangere, rilassarci, godere, avere paura, lasciare il controllo in totale libertà, senza preoccuparci del giudizio di chi è lì con noi in quel momento. Questo ci permette di avvicinarci, di entrare maggiormente in intimità con il/la partner. Non condivido con te solo il mio corpo ma apro una finestra sui miei segreti e ti permetto di vedere cose di me che in altre occasioni non mostro. In più, come singole e singoli, praticare il BDSM ci porta a domandarci che cosa cerchiamo in una relazione (che duri nel tempo di una sessione di gioco o che sia il rapporto con il/la partner), chi siamo, che cosa vogliamo. Insomma, dal mio punto di vista è uno strumento di autodeterminazione in piena regola.

Intervista a Luca Borromeo, escort di alto livello bisessuale

  • Luca Borromeo                   Tu ti definisci un escort di alto livello. Cosa intendi con ciò?
  •       Il discorso sull’alto livello potrebbe essere una locuzione che mi serve per specificare che svolgo quest’attività in modo professionale. Anche il mio nome d’arte è stato scelto guardando alle strategie di marketing. Cerco sempre di usare delle parole che facciano capire che mi pongo in maniera professionale e anche elegante. Poi quello che si fa privatamente non è detto che sia pure elegante.
  •        Cosa ti ha spinto ad intraprendere questa professione?

            Come ho dichiarato in altre interviste, a differenza di altre cose che nascono dalla necessità, ho cominciato a fare questo lavoro per gioco. Un mio amico mi ha fatto visitare un sito dove c’erano non solo donne ma anche uomini. Fino ad allora non sapevo che anche gli uomini potessero fare questo lavoro in modo professionale, pensavo fosse qualcosa di relegato solo a casi cinematografici come al film American gigolò con Richard Gere o a Ragazzi di vita di Pasolini. Avevo un’amicizia cameratesca con questo mio amico. Ci iscrivemmo a quel sito e cominciai come una sfida col mio amico a chi ricevesse più telefonate. Ma a differenza del mio amico che ricevette telefonate ma aveva paura di presentarsi agli appuntamenti, io decisi di andarci e trovai la cosa divertente. Le persone con cui mi incontravo pensavano che lo facessi da tanto tempo. Penso che non basti essere belli e discreti ma che bisogna avere anche un certo livello di disinibizione, per sentirsi a perfetto agio in intimità con sconosciuti. A proposito io penso di avere un dono, come una sorta di talento. All’inizio l’aspetto economico non era fondamentale ma poi è diventato un vero e proprio lavoro, anche ben remunerato, e continua ad esserlo, covid permettendo.

          Mi capita spesso che certuni mi chiamino per chiedermi consigli per fare questo lavoro solo perché rimasti disoccupati. In questi casi io cerco di far capire che questo non è un lavoro che si può improvvisare, per farlo bisogna essere convinti per non sentirsi a disagio e non far sentire a disagio le altre persone.

  • Che ruolo occupa il tuo orientamento sessuale nel tuo lavoro?

       Io faccio tesoro della mia bisessualità nel mio lavoro. Sono credente e penso di poter ringraziare Dio di essere bisessuale perché questo mi permette di fare il mio lavoro sia con uomini che con donne, sia passivamente che attivamente. Penso che se non fossi stato bisessuale e non avessi avuto la possibilità di mettere in atto diverse fantasie, sarei stato io stesso un cliente di lavoratori sessuali.

         Mi è capitato che mi abbia contattato un mio collega eterosessuale che fa questo lavoro non con piacere ma in attesa di essere selezionato per qualche casting di reality show. Io non considero un bene fare questo lavoro solo per soldi o in attesa di altro. A me piace il confronto, sono molto combattivo e non me ne faccio un problema se qualcuno mi insulta se scopre quello che faccio. Ma chi non è combattivo come me può sentirsi male se non fa questo lavoro andando fino in fondo. Poi a me non interessa che mi si giudichi perché vado sia con gli uomini che con le donne, non considero un problema avere una clientela variegata.

  • Da chi è costituita, nello specifico, la tua clientela?

      Uomini, donne. L’età varia da persone giovani a persone anziane. C’è chi mi chiama per avere una prima esperienza sessuale o chi, persone di 30, 40, 50 anni, mi chiamano perché vogliono avere la loro prima esperienza gay ma non vogliono viverla in altro modo perché sono sposati e non vogliono correre rischi di essere scoperti o ricattati se si fanno l’amante.

  • Quando accompagni persone legate sentimentalmente ad altri ciò avviene in segretezza o con il consenso dellu altrui partner?
  •       Può avvenire sia in segretezza sia con il consenso dei partner. Mi capita anche di essere contattato da coppie sposate, da coppie di amanti e anche da coppie separate che vogliono vivere in questo modo la trasgressione. C’è una coppia separata, per esempio, che mi viene spesso a trovare, in cui lui si eccita a guardarmi mentre ho rapporti sessuali con lei e partecipa solo passivamente. Ci sono coppie etero in cui la donna ha la fantasia di andare con due uomini e quindi si rivolge a me. Poi ci sono le persone gay latenti che hanno piacere di vedere me mentre scopo le loro donne perché in quel momento si sostituiscono mentalmente alla loro compagna e vivono l’appagamento gay in questa forma sublimata.  Io nel mio lavoro mi limito a fare quello che mi viene richiesto senza chiedermi il perché o se sia strano. Mi chiedo solo se sono in grado di soddisfare quella specifica fantasia che in quel momento mi viene richiesta, ovviamente nei limiti del codice penale.
  • Come escort maschio percepisci minore il rischio di slut-shaming rispetto alle colleghe donne?

       È interessante questa domanda. Di solito dagli uomini eterosessuali vengo visto come una specie di mito perché ho rapporti sessuali e ci guadagno. C’è una certa ammirazione da parte degli uomini. Da parte delle donne mi è capitato di essere visto come un uomo possente, non necessariamente dotato, interessante ma sentono di non poter accettare del tutto un uomo che fa questa professione, perché loro vedono sempre in prospettiva di una relazione. Lo slut-shaming l’ho subito da parte di alcuni gay. Paradossalmente i gay possono vedere l’uomo che fa l’escort solo come un marchettaro e provano un certo astio o competizione. Mi fa specie che a volte, non sempre ovviamente, proprio i gay abbiano questo tipo di atteggiamento con cui o ti considerano una feccia o ti mettono su un piedistallo. Poi ci sono alcuni gay che sono contro i bisessuali perché li considerano come dei gay latenti o persone in una situazione transitoria. Ma mi fa specie che questo tipo di considerazioni provengano più spesso da gay che dagli etero. Mi piacerebbe che, così come c’è stata l’emancipazione delle donne e il riconoscimento dei diritti civili, nel 21° secolo si instauri un certo livello di tolleranza da parte dei gay verso chi si dichiara bisessuale.

  • Pensi che ci sia bisogno di una legge per regolamentare e soprattutto tutelare i e le sex workers dimodoché il vostro sia riconosciuto a tutti gli effetti un lavoro come un altro?

       Sì, certo. Questa è una cosa che mi è stata chiesta tante volte e penso che sarebbe giusto che ci sia. C’è, per fare un esempio semplice, il problema fiscale. Io non posso con la mia partita iva dichiarare tutto quello che guadagno. Poi io spesso per lavoro devo viaggiare ma non posso dichiarare i miei viaggi per lavoro. Inoltre, essendo con il mio lavoro più esposto alle malattie veneree, se ci fosse una legge potrei avere delle tutele sanitarie anche in quel senso. Io non sono per la riapertura delle case chiuse. Si potrebbero creare delle agenzie. La mia vita sarebbe tutelata e la mia professione sarebbe riconosciuta a livello sociale, senza essere presa per un passatempo e senza passare come uno che si è montato la testa emulando modelli cinematografici. Credo che il mio sia un lavoro socialmente utile. Non sono io che vado a cercare i miei potenziali clienti, sono loro che mi cercano. Se c’è una domanda, una richiesta evidentemente c’è bisogno anche di una figura del genere. Una volta mi è capitata una persona che, avendo dei blocchi psicologici, dopo essere stata da un analista, questi le avrebbe suggerito di farsi aiutare anche da un professionista sessuale. Credo, pertanto, che il riconoscimento del mio lavoro debba essere un atto dovuto perché non è una cosa che mi sono inventato io.

 

 

Intervista a Martina Donna, attivista, scrittrice e blogger omodisabile

Martina Donna

Ho intervistato Martina Donna, attivista per i diritti lgbt+, scrittrice e blogger affetta da tetraparesi spastica dalla nascita, autrice del  romanzo IO SONO MARTINA una ragazza, una sedia a rotelle, un amore, un’avventura. Questo il suo profilo Instagram:
Ecco, di seguito, l’intervista:
  • Tu ti definisci omodisabile. Ti va di parlarmi di questo doppio canale con cui vivi la tua identità e il tuo attivismo?

Tante persone mi chiedono se penso di essere detentrice di due diversità e come mi sento. Penso di esserlo, ma usare la parola diversità oppure normalità non mi piace.  Mi domando invece: Che cos’è la diversità? Che cos’è la normalità? Semplice. Ognuno di noi può decidere che cosa considerare diverso oppure no, che cosa definire normale oppure no.  Non credo affatto di avere dei limiti o sfortune, a detta di alcuni. Sono convinta invece di possedere delle carte uniche e vincenti, che mi consentono di vivere una vita piena e appagante. Mi definisco attivista da quando sono stata nominata rappresentante della categoria e mi sento davvero onorata. Tutto ha avuto inizio quando mi è stato dato l’enorme privilegio di parlare sul palco del Milano Pride 2019. Amo interagire con le persone e essere attivista mi ha facilitato ulteriormente in questo. Il mio obbiettivo è raggiungere il cuore di chi lo desidera e dare così l’aiuto di cui si ha bisogno. Inoltre voglio lasciare una traccia positiva del mio passaggio su questa terra e fare il possibile per annullare pregiudizio e discriminazione.

  • Ti capita di subire discriminazioni? Se sì, avviene più spesso per la tua disabilità, per l’orientamento sessuale o in egual modo per entrambe le condizioni?

Sì, nella vita mi è capitato durante l’adolescenza. Gli anni della scuola, soprattutto le medie, sono stati anni difficili e duri. Venivo bullizzata a causa della mia disabilità, in quegli anni non era iniziato il mio processo  di accettazione e sono convinta che questo abbia facilitato gli atti di bullismo subiti. Riguardo il mio orientamento sessuale, invece, non ho subito alcun tipo di discriminazione. Piuttosto ho provato un totale senso di inclusione e accettazione all’interno dell’intera comunità LGBT+

  • Parlare della sessualità delle persone disabili è, purtroppo, un tabù diffuso. Disabilità e omosessualità insieme rappresentano un tabù nel tabù?

È un tabù sfortunatamente, non perché realmente lo sia, ma perché la nostra società è da sempre abituata a considerare questi due fattori tabù in quanto la persona con disabilità viene percepita ancora oggi come asessuata. Dunque essere anche omossessuali crea un ulteriore choc sociale. Uno dei miei obbiettivi come attivista è proprio quello di distruggere definitivamente questo tabù, perché non rispecchia la realtà, ma la distorce alimentando in maniera costante pregiudizio e discriminazione. I disabili fanno sesso, eccome se lo fanno! Hanno una sessualità normale, anzi a volte addirittura migliore di quella dei normodotati. Poi mi domando in ultimo quale diritto ha un normodotato di presumere o anche solo pensare che la persona con disabilità sia asessuata perché disabile? È perché non si pensa o si presume la stessa cosa per voi cari normodotati?

  • Nella società abilista ed eteronormata in cui viviamo, cosa potremmo fare per sensibilizzare sempre di più all’accettazione e valorizzazione dei corpi e delle sessualità non conformi?

Premetto che usare la parola abilista è discriminatorio verso tutte le persone disabili. Peraltro il termine abilismo è finalmente all’interno della Treccani. Perciò utilizzeremo la parola società normodotata, o ancora meglio nella società di persone non disabili. Per far sì che la sensibilizzazione funzioni è necessario interrompere la catena del pregiudizio mediante l’informazione. Dove non c’è informazione nascono i pregiudizi. È un circolo vizioso che deve essere spezzato. Bisogna ricordare come detto all’inizio che il diverso viene visto tale perché lo si vuole vedere in quel modo. Lo stesso vale per sessualità e corpi non conformi. La diversità, il problema, sta sempre negli occhi di chi vuole e continua a considerarlo come tale.

  • Quanto è importante, secondo te, l’intersezionalità delle lotte per i diritti umani?

L’intersezionatilità è importante ma non fondamentale. Ciò che conta a mio avviso sono le azioni compiute dal singolo individuo per portare a compimento l’obbiettivo prefissato. Possono esserci disabili eterosessuali, persone non disabili omosessuali oppure persone omodisabili come nel mio caso. Questo non rende diverso o meno importante l’impegno di tutti riguardo i diritti umani. Certo una persona con entrambe le cose può avere in alcuni casi una maggior apertura, ma non è affatto scontato.

  • Il sesso, nel senso di vivere anche fisicamente la sessualità, è un diritto? Perché?

Certamente! È un diritto e un bisogno per qualunque essere umano. I disabili sono persone con desideri e pulsioni eguali a quelle dei non disabili. Come già detto sopra. Per questo sarebbe fondamentale in Italia una legge che regolamenti la figura professionale dell’assistente sessuale, già regolamentata in Belgio, Svizzera, Danimarca, Germania, Olanda e Svezia. Negli USA questa figura è un connubio tra terapeuta, sessuologa e assistente personale. In Italia viene spesso associata alla prostituzione, ma non è affatto così. L’assistente sessuale non può praticare sesso in modo completo con il proprio assistito. Tale figura professionale si occupa non solo dell’aspetto fisico ma soprattutto dell’aspetto emozionale, aiutando la persona che assiste a trovare una sua dimensione sessuale. Il disegno di legge fortemente voluto da Sergio Lo Giudice (PD) e dalla parlamentare Monica Cirinnà rimane fermo al 2014. È disumano negare la sessualità a chi ne sente il bisogno, solo perché disabile.

  • Qualche giorno fa ricorreva la Giornata Mondiale della Disabilità? Ritieni utili simili iniziative?

Sì, il 3 dicembre era proprio la Giornata Mondiale Per Persone Con Disabilità. Questa data è importantissima e il suo obbiettivo è quello di sensibilizzare sul tema della disabilità ma soprattutto sul tema dei diritti. Purtroppo esistono ancora molte discriminazioni verso le persone con disabilità e questa giornata contribuisce all’abbattimento di tali discriminazioni. È inoltre concepita in un’ottica di dignità umana, perciò ritengo che questa data non sia soltanto utile ma fondamentale.

  • In quanto donna, disabile e lesbica, ritieni che il ddl Zan in contrasto al’omolesbobitransfobia, alla misoginia e all’abilismo, qualora approvato, cambierebbe l’impegno collettivo verso una sempre maggiore inclusione di tutte le soggettività?

Anche la legge Zan a mio parere è di fondamentale importanza e nutro la speranza che venga approvata anche al Senato. Sono fiduciosa che potrebbe cambiare l’impegno collettivo, ma soprattutto contribuirebbe ad un’apertura mentale a livello sociale della quale abbiamo estremamente bisogno, per poter essere una società sempre più inclusiva e sempre meno predisposta ad un qualunque tipo di discriminazione e pregiudizio.

  • C ‘è qualcosa che vuoi aggiungere al termine di quest’intervista e/o lanciare un appello a chi la leggerà?

Siate sempre fieri di voi stessi e di ciò che fate. Non vergognatevi mai delle vostre scelte, non abbiate paura di chiedere ciò che ancora non conoscete o semplicemente vi incuriosisce. Andate oltre i vostri limiti e le vostre paure, solo così riusciremo a creare una società migliore e potremmo essere sempre un passo avanti. Fate sempre sentire il vostro grido al mondo.

D. Q.

 

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Sessualità, esibizionismo e pornografia: ne parlo con Claudia Ska di agit-porn

Claudia_Ska_IamNakedOnTheInternet

 Claudia Ska per “I am Naked on the Internet” a cui vanno i crediti
*
Ciao, Claudia. Grazie per aver accettato quest’intervista.
  1. Tu ti definisci un’“agitatrice” e curi un sito internet chiamato agit-porn. Com’è nato questo progetto?

L’idea di aprire un sito in cui parlare di sesso e pornografia è di alcuni anni fa. In partenza mi sarebbe piaciuto aprire una sorta di magazine online che fosse pop ma dove poter dare spazio a interventi anche di stampo accademico con persone specializzate, col tempo si è fatta strada l’urgenza di non raccontare tanto le cosiddette “notizie calde”, ossia le news del giorno o della settimana, ma di fare una narrazione di più ampio respiro, dove proporre delle riflessioni che non si basassero semplicemente sull’attualità. Ci tenevo inoltre che il sito fosse strutturato come uno spazio fisico, una casa aperta a chiunque e con un’area dedicata alle esposizioni, di qui l’idea di aprire al suo interno l’Open Space, curato da Gea Di Bella de La camera di Valentina.

2. Affermi di essere esibizionista e parli spesso di esibizionismo. Cosa intendi nello specifico con questi termini?

Intendo esattamente quello che significano, ossia mettersi in mostra. Per quanto mi riguarda il mio è un esibizionismo puramente estetico, fisico, carnale, mi piace essere guardata, ma quando, come e da chi voglio io, ecco perché scelgo con cura le modalità di questa pratica. Sui social e in generale su Internet il mio esibizionismo è talvolta frivolo, fine a sé stesso mentre in altre occasioni lo sfrutto per fare storytelling. Non c’è una regola. Il mio esibizionismo è un modo per dire “Guardatemi, esisto!”. Tutto sommato attirare l’attenzione delle altre persone non è così difficile, è mantenerla su di sé la vera sfida.

3. Secondo te, perché parlare, scrivere, occuparsi di sessualità suscita, per molti, imbarazzo?

Se ti dico “senso del pudore”, che significa etimologicamente “senso della vergogna”, basta? Nonostante si parli e si fruisca di contenuti a tema sessuale, siano essi educativi (o più spesso ambiscano a essere tali) o ludici (la pornografia), e nonostante la nostra epoca sia caratterizzata da quello che in Sociologia è definito come “pornification” – ossia la pervasività a più livelli e in differenti contesti di codici derivanti dalla pornografia – non si possono cancellare millenni di mortificazione del corpo e della sessualità, pertanto è diffuso provare imbarazzo e vergogna ad affrontare questi argomenti tanto nel privato quanto pubblicamente. Il sesso e ciò che a esso è connesso sono ancora grandi tabù.

4. Una recente norma firmata Pillon vorrebbe creare un filtro antiporno per tutelare i minori. La pornografia è sempre diseducativa?

Ovviamente no! Questo emendamento all’articolo 7 bis nel Decreto Legge Giustizia è scritto male sotto l’aspetto sia formale che contenutistico. È moralista e pensa di sapere cosa sia giusto e sano per le persone piccole, di fatto volendo creare un blocco per chiunque, veicolando il messaggio che la pornografia sia sempre e solo sbagliata, diseducativa e pericolosa. Anche se così fosse, non sarebbe di certo un filtro censorio a risolvere il problema ma piuttosto un lavoro educativo fatto da persone lungimiranti e di mentalità aperta, non di certo un tizio notoriamente sessuofobo e omofobo.

5. In tempi di pandemia come possiamo adattare le nostre abitudini sessuali?

Questa potrebbe essere l’occasione per sperimentare (di più) con la masturbazione, anche utilizzando dei toy. Inoltre, dato che la tecnologia è stata utile per unirci e non farci perdere di vista, perché non utilizzare dei sex toy che possano essere controllati e gestiti anche da remoto? Potrebbe rivelarsi una buona un’occasione per perdere il controllo in modo soft. Sono inoltre una grande fan del sexting, ovviamente con l’uso di alcune accortezze per farlo in modo rilassato e quanto più possibile sicuro anche con persone sconosciute. Direi che la difficoltà reale sia trovare persone con cui sia piacevole farlo.
Il sexting è come il sesso: è soddisfacente se ci sono ascolto, empatia, curiosità, disinibizione e serenità. Senza giudicare e giudicarsi. Si tratta pur sempre di relazioni, che vanno create nell’arco di una singola chat, magari, non importa. L’intesa dipende non solo dai punti in comune, dalla visione che si ha del mondo, ma anche da come ci si approccia a esso.
A chi ha la possibilità di avere accanto delle persone con cui fare sesso, suggerirei di cercare senza ossessione nuovi stimoli nel quotidiano, ponendo attenzione a gesti che non hanno apparentemente relazione col sesso.
Comprendo, e mi permetto di consigliare di non forzare la mano, se le preoccupazioni e le ansie indotte da questa precarietà sanitaria e socio-economica dovessero far calare la libido o farla assopire temporaneamente. Credo sia fisiologico anche questo aspetto e ogni persona dovrebbe trovare il proprio equilibrio a modo suo senza sentirsi sbagliata o strana.

6. Che rapporto c’è tra sessualità e femminismo intersezionale?

Premetto subito che non sono una studiosa di femminismo e quindi la mia formazione è in itinere, pertanto non vorrei dare informazioni sbagliate o poco pertinenti. Quello che sto imparando rispetto al femminismo intersezionale è che, a dispetto di quello cosiddetto radicale  o separatista, non è oltranzista e discriminatorio e soprattutto mette in relazione le oppressioni, perché sono correlate. La posizione nei confronti della sessualità è quindi aperta e curiosa.

7. C’è qualcosa che vuoi aggiungere?

Secondo me c’è da fare ancora un enorme lavoro e per farlo in maniera significativa bisogna che chiunque si metta in discussione e metta in discussione le proprie posizioni. Dobbiamo ridiscutere le premesse di molte nostre argomentazioni, perché spesso sono inficiate dal principio. Penso a temi come “sessualizzazione” e “revenge porn”, per esempio, ma anche il lavoro sessuale e in generale il concetto di mercificazione (del corpo).

 

Grazie per la disponibilità e per il tempo che mi hai dedicato.

Donatella Quattrone

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Intervista a Ella Bottom Rouge, performer di burlesque lesbica

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Shooting metro Pasteur e Parco Nord 1-6-20

Nelle foto Ella Bottom Rouge

 

Ciao, Ella. Sono Donatella Quattrone. Grazie per aver accettato di fare quest’intervista.

1)    Tu sei una performer di burlesque. Cosa spinge una donna verso questa forma d’arte?

Dalla curiosità a dire il vero, molto semplice! Avevo visto degli spettacoli e mi avevano fatto dire: “cos’è sta figata, voglio farla subito!!” Così cercai un corso e cominciai dalla base come tutti. Molte allieve arrivano anche per una voglia di cambiamento, dopo un figlio, dopo una rottura, qualcuna in estrema rivolta, dopo il cancro. E ovviamente c’è chi arriva per riscoprire quel sapore retrò della seduzione e degli abiti d’altri tempi.

2)    Il burlesque è un’arte che risale al periodo vittoriano ed è andata via via modernizzandosi. Secondo te, è questa fusione tra vintage e modernità ad attrarre in queste performance?

Assolutamente. Si è attratti dai costumi, dall’estetica, dalle musiche e anche dalla riscoperta del potere seduttivo che ognuno ha. Uomini e donne.

3)    In un burlesque show prevale la sensualità, l’ironia o c’è un giusto mix fra queste componenti?

Mix è la parola vincente! Non dimentichiamoci che è uno spettacolo, deve intrattenere e avere il giusto ritmo per farlo. Se facessi la gattona per 5 minuti di fila la gente si annoierebbe. E sotto un altro punto di vista è questo che rende importante il messaggio del burlesque: sorridere e portare il pubblico a sorridere con noi dei nostri difetti, rotolini e smagliature è una forza.

4)    Da chi è composto solitamente il pubblico di un burlesque show?

Variegatissimo! Ma la parte femminile è sempre la percentuale più alta.

5)    In quali locali ti esibisci di solito?

 Precovid la vita era più facile e gli spettacoli tanti, ahimè. A Milano è rimasto il mio amato WET The Show, format nato ormai quattro anni fa sul legame dell’arte erotica e la cucina afrodisiaca. Si tiene tutti mesi a Lo Stacco, un ristorante con un palco veramente pazzesco, le prossime date sono il 25 settembre e il 9 ottobre, con un ospite veramente speciale. 

6)    Quale idea del femminile traspare da questi spettacoli?

 Sicuramente una persona forte, che sa quello che vuole e che non ha paura a prenderselo. Posso citare una delle mie grandi icone e artista preferita, Dirty Martini; “il burlesque è prendere uno spazio e farlo proprio.”

7)    Tu sei anche un’attivista per i diritti lgbtq+ lesbica. Nei tuoi spettacoli traspare il tuo impegno sociale?

Azz, attivista non lo so! Certamente ho le idee chiare su tante cose, e non sono una che sta zitta, ecco. Da adolescente mi sono interessata ai movimenti dei centri sociali e subito dopo Genova ho fatto un pezzo di rivoluzione anche io. Leggo, mi informo, cerco di incorporare la cronaca anche quando faccio il presentatore. Credo davvero che l’arte dell’intrattenimento sia un veicolo reale di informazione e denuncia, in un certo senso. È quello che faccio insieme a DRAMA, il Queer Cabaret che tra una risata e un lipsync parla di sessualità, pressione sociale, body positivity, body shaming e molto altro. 

8)    Che rapporto c’è in Italia, in generale, tra il mondo lgbtq+ e l’arte del burlesque?

Negli ultimi anni stiamo facendo dei passi in avanti! Quando nel 2018 il Pride mi ha commissionato uno spettacolo è sembrato un miracolo che 15 artisti da tutta Italia, più un headliner internazionale avessero “infettato” con boa e bumbs&grinds tutta Milano! Purtroppo è ancora un mondo eteroformato, dove la seduzione è a senso unico, femmina verso maschio, ma ci sono delle isole felici, e abbiamo bisogno del supporto degli Ally. Le scuole fanno tanto, con i corsi genderfree, idem i colleghi boylesquer. Ci vorrebbero più coming out, anche. Ma questa è un’altra storia.

9)    C’è qualcosa che vuoi aggiungere e/o un messaggio che vuoi lanciare al termine di questa intervista?

 

Siate onesti, siate voi stessi, e fate burlesque!

 

Ella Bottom Rouge
The Mediterranean Wave of Burlesque
 

 

Ti ringrazio per la disponibilità e il tempo che mi hai dedicato.

 

Donatella Quattrone

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Sex toys: ne parlo con Alberto Santin, proprietario di una sexy boutique

 

Il testo ha una notte sexy in un gancio di porta(Dal web: immagine libera da diritti)

 Io: Ciao. Grazie per aver accettato quest’intervista. Tu hai una sexy boutique. Come sei arrivato a questa professione e da quanto tempo la svolgi?

 A.: Ho la sexy boutique da 23 anni, da 5 è sexy boutique, prima era il classico sexy shop con video e abbigliamento; ora il video non va più e l’abbigliamento è diventato troppo settoriale, quindi ho fatto la scelta di avere una sexy boutique e di vendere solo toys alta gamma. Ho sempre amato l’autoerotismo e la masturbazione e il suo mondo. Mi sono documentato. Ho fatto corsi e visto mostre poi ne ho fatto un lavoro.

Io: Quanto è forte il pregiudizio nei confronti dei sex toys, di chi li produce, commercializza e ne fa uso?

A.: Fortunatamente sta prendendo piede sempre più la consapevolezza del proprio corpo e con essa anche la scoperta del piacere sessuale. L’autoerotismo è una cosa normale e fortunatamente sempre più donne riscoprono il piacere di trovare una intimità verso sé stesse. I pregiudizi sono più da parte “maschile” in quanto la masturbazione viene vista ancora una “roba da sfigati”. A volte capita poi che gli stessi uomini non accettino di buon grado il fatto che le proprie compagne si masturbino da sole (se proprio deve essere almeno che ci sia io a guardare), lo vedono un po’ come un tradimento. Non ti basto io? Come ultima cosa devo dire che c’è un po’ di reticenza e vergogna da parte delle ragazze più giovani. Ma questo credo sia anche normale…

Io: Quanti tipi ne esistono? Sono adatti a tuttx o ci sono differenze per genere e/o tipologia d’uso?

A.: Di sex toys c’è un vero e proprio mondo. Si parte da quelli vaginali, i classici dildo, per poi passare a quelli clitoridei che possono essere massaggianti o di altro tipo. Ultimamente va molto il womanizer che è una specie di succhiaclitoride. Ci sono poi i toys anali. I plug in che sono fatti a forma di goccia e servono a stimolare l’ano ma anche a “giocare”. Spesso vengono inseriti nell’ano prima di masturbarsi o di avere un rapporto sessuale. Ci sono poi le palline che possono anche servire da “ginnastica vaginale” per migliorare il pavimento pelvico. Poi ci sono anche quelli radiocomandati dal partner. Vanno inseriti in vagina e lasciati li.  Sta poi al partner stesso “decidere” quando la propria partner deve avere un brivido. E molto altro ancora… Ultimamente sono usciti anche degli innovativi succhiacapezzoli che stanno riscuotendo un discreto successo…

Io: La gente, di solito, preferisce acquistarli in un negozio, magari facendosi consigliare, o su internet, senza essere visti da nessuno?

A.: Qui mi trovo ad essere l’oste che vende il proprio vino… È normale che dica in negozio. Tuttavia non ho preconcetti verso chi compra in internet. Se una persona sa bene cosa vuole. Il problema è che spesso chi compra in internet lo fa un po’ per imbarazzo se giovane o alle prime armi e un po’ per risparmiare. Sul primo discorso è ovvio che se sei “neofita” nel mondo dei toys come in ogni ambito il rischio è quello di prendere un oggetto che non soddisfa le tue esigenze e per esperienza posso dire che chi compra per la prima volta nella maggior parte dei casi rimane deluso e qui mi allaccio al secondo motivo. Purtroppo in Italia non c’è nessuna regola per quanto riguarda i materiali usati al contrario ad esempio dei giocattoli per bambini che non possono essere prodotti con plastica tossica (derivata ad esempio dal petrolio). Ecco che si potrebbe acquistare un dildo di materiale sconosciuto a rischio della propria salute. Il consiglio è sempre acquistare da siti affidabili e soprattutto da aziende leader del settore. Poi un piccolo trucco è: quando si acquista un toy annusarlo ed assaggiarlo. Se si sentono odori o sapori strani diffidare. Se proprio si vuole usarlo almeno mettere un condom al toy.

Io: Quale/i sex toy/s consiglieresti a chi si avvicini per la prima volta a questo mondo?

A.: Impossibile consigliare a chi si avvicina per la prima volta. Ogni corpo umano è diverso e reagisce alle stimolazioni, anche sessuali, in maniera diversa. C’è chi raggiunge l’orgasmo con la sola stimolazione dell’ano o dei capezzoli. Non dobbiamo confondere la sessualità con la genitalità. Il percorso per trovare piacere può essere diverso per ognuno di noi. Ci vuole tempo e conoscenze. Un vero professionista in questo può aiutare molto. E un più di venti anni in questo ho avuto molte soddisfazioni.

Io: Come riconoscere dei prodotti di qualità?

A.: È la cosa più difficile. Come già detto, purtroppo, non esiste una legislazione in merito. Chiunque può “inventarsi” produttore. Ecco nascere ad esempio quelli che io chiamo i “tupperware del sesso”. Le famose valige rosse, rosso limone etc. Riunioni a casa di amiche da fantomatiche “esperte del piacere e della salute” che magari fino alla settimana prima lavoravano per AVON o Stanhome. Non si capisce come possano avere questa professionalità. Loro diranno che fanno dei corsi e che se ci sono problemi loro hanno dei “supervisori esperti”. In realtà se si entra nel vero dettaglio e si fanno domande che esulano da quelle classiche per le quali sono preparate casca il palco. Il problema è che per la maggior parte delle “potenziali clienti” non c’è nessuna competenza. Meglio affidarsi a un professionista.

Io: Cosa fare per pulirli e conservarli correttamente?

A.: Pulirli è la cosa più semplice. Nella quasi totalità, essendo fatti di silicone o vinile o plexiglass o acciaio, basta un po’ di acqua e sapone. Ovviamente se c’è qualche componente elettronica meglio non immergere mai completamente in acqua. Evitiamo soluzioni alcoliche.

Io: Qual è la tua esperienza personale sui sex toys?

A.: Se scendiamo nel personale ti dirò che amo masturbarmi. I toys che preferisco tuttavia sono quelli che stimolano ano e perineo. Durante la masturbazione soprattutto quando sono solo mi piace molto sentire stimolato l’ano. L’importante è che il toy non sia troppo rumoroso in quanto questo un po’ mi disturba.

Io: Hai mai testato un prodotto nuovo prima di venderlo e, eventualmente, consigliarlo ax tuox clientx?

A.: La mia clientela è fatta per la quasi totalità di donne quindi potrei riferire di esperienze fatte giocando con partner, tuttavia, come già detto, ogni donna è diversa, quindi preferisco sia lei ad aprirsi a me in fatto di esigenze o esperienze passate per poter meglio consigliare.

Io: Grazie per la disponibilità e per il tempo che mi hai dedicato.

D. Q.