SIRIA, L’ACCUSA DEGLI USA A ASSAD: “50 IMPICCAGIONI AL GIORNO E FORNI CREMATORI NEL CARCERE DI SEDNAYA”

Siria, l’accusa degli Usa ad Assad:
«50 impiccagioni al giorno e forni crematori nel carcere di Sednaya»

Il Dipartimento di Stato Usa mostra una serie di immagini satellitari che provano la costruzione di una struttura per bruciare i corpi degli oppositori detenuti e uccisi nella prigione militare. La Casa Bianca: «Siria non sicura fino a quando ci sarà Assad»

Una delle immagini diffuse dal Dipartimento di Stato che mostra a destra la costruzione adibita a forno crematorio Una delle immagini diffuse dal Dipartimento di Stato che mostra a destra la costruzione adibita a forno crematorio

«Assad sta impiccando cinquanta persone ogni giorno e usa i forni crematori per sbarazzarsi dei corpi degli oppositori uccisi». L’accusa, pesantissima, arriva dagli Stati Uniti. Il responsabile del Dipartimento di Stato per il Medio Oriente Stuart Jones, durante una conferenza stampa che si è tenuta a Washington, ha spiegato di avere prove dell’esistenza di una fornace, vicino al carcere di Sednaya, la prigione militare a nord di Damasco, i cui orrori sono già stati denunciati, tra gli altri da Amnesty International il febbraio scorso in un dettagliato rapporto. E la Casa Bianca torna a lanciare un ultimatum al regime: «La Siria non sarà sicura e stabile finché Assad sarà al potere», ha detto il portavoce della Casa Bianca Sean Spicer.

Secondo il Dipartimento di Stato il forno sarebbe stato utilizzato per sbarazzarsi dei corpi dei prigionieri morti. Gli americani sono in possesso di diverse immagini satellitari, presentate alla stampa, da cui si desume che una struttura all’interno della prigione militare è stata modificata trasformandola in un crematorio. Sempre secondo l’intelligence qui vengono impiccati almeno 50 detenuti ogni giorno un dato che coincide con quanto riportato da Amnesty International che parlava nel suo rapporto di 13 mila morti in 6 anni. Nella prigione si trovano migliaia di persone, detenute dal regime in sei anni di guerra civile. Il mondo, ha detto Stuart Jones, assistente segretario per gli Affari esteri del Vicino Oriente, è di fronte a «nuovi livelli di depravazione raggiunti» dal regime di Bashar Assad.

Amnesty International e molti oppositori hanno denunciato in passato gli orrori del carcere militare fatto costruire dagli Assad negli anni ‘80 e da sempre utilizzato per far sparire i dissidenti. «Quando ci dissero che saremmo andati a Sednaya cominciammo a piangere. E non smettemmo per tutto il tragitto», ha raccontato al Corriere della Sera uno dei sopravvissuti. Appena arrivati lui e i suoi compagni sono fatti denudare e picchiati duramente. Dopodiché sono loro spiegate le poche semplici regole della prigione. «Primo non puoi alzare la testa e guardare i secondini in faccia. Pena la morte. Ho visto molta gente essere uccisa così», ha aggiunto l’uomo. L´altra regola è quella del silenzio: i prigionieri non possono parlare tra loro, nemmeno sussurrare. Dopo questo «benvenuto» il testimone ha raccontato al Corriere di essere stato rinchiuso in una cella sotterranea da nove persone, grande circa due metri quadrati. Uno dormiva, e gli altri stavano in piedi. «Tutti completamente nudi uno attaccato all’altro».

Secondo quanto si legge nel rapporto di Amnesty le esecuzioni avvenivano di notte, ogni lunedì o martedì, quando nella prigione regnava il silenzio, gruppi di 50 detenuti venivano impiccati due o tre volte a settimana. Una pratica tenuta segreta e praticata tra settembre 2011 e dicembre 2015 ma che potrebbe essere tuttora in vigore. Molti prigionieri, spiegava ancora la ong, sono morti anche per le «politiche di sterminio» delle autorità, che comprendono torture ripetute, privazione del cibo, dell’acqua e delle medicine. Secondo Amnesty le esecuzioni erano state autorizzate dal governo siriano ai più alti livelli.

La rivelazione americana arriva alla vigilia della nuova tornata di colloqui negoziali sulla Siria previsti per martedì a Ginevra e che – ha detto l’inviato dell’Onu in Siria, Staffan De Mistura – procedono «in tandem» con i negoziati di Astana. Per De Mistura i colloqui di Ginevra servono a «battere il ferro finché è caldo» e a disegnare, a partire dagli accordi di Astana, un «orizzonte politico» per il paese mediorientale devastato dal conflitto civile.

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http://www.corriere.it/esteri/17_maggio_15/siria-l-accusa-usa-ad-assad-50-impiccagioni-giorno-forni-crematori-carcere-sednaya-59c90362-398c-11e7-8def-9f1d8d7aa055.shtml

ATTACCO CHIMICO IN SIRIA: IL DIARIO DI MEDICI SENZA FRONTIERE E UNA PETIZIONE

Attacco chimico in Siria, il diario
di Medici senza Frontiere:
«Portate l’atropina, serve aiuto»

Minuto per minuto così le squadre della ong hanno soccorso i feriti dopo il raid di martedì. Il racconto del capo missione italiano

(Foto Ap)(Foto Ap)

«Sono in Siria da un anno e tre mesi. E un attacco di quest’entità io non l’ho mai visto». Massimiliano Rebaudengo, 43 anni, è capo missione di Medici Senza Frontiere in Siria. Parla al telefono. Racconta una giornata — martedì 4 aprile 2017 — in cui sono morte 75 persone a Khan Sheikhoun, nel nord della Siria. Nomi e date che chi ha visto non dimenticherà mai. «Un attacco chimico di cui va attribuita la responsabilità» per le Nazioni Unite. «Una strage di bambini» per politici e giornali. Ma nel racconto dei dottori non c’è spazio per la retorica del dolore o per il linguaggio diplomatico. In guerra a parlare per prime sono le cifre. Numeri che vanno a braccetto con i nomi dei gas usati per sterminare i civili: sarin, agenti neurotossici, cloro, ammoniaca. «Quando nei nostri ospedali arrivano dieci feriti parliamo di mass casualty (afflusso massiccio di vittime, ndr). Martedì è stato diverso. Solo il nostro staff medico ha visto 92 pazienti». Si parte da qui. Poi, Rebaudengo inizia la cronaca.

Ore 8:30

I dottori di Msf dell’ospedale di Athmeh sono stati avvertiti via telefono che c’è stato un attacco. Nella conversazione, le fonti avvertono che molto probabilmente sono state usate armi chimiche contro i civili. Non è la prima volta che accade. Lo staff di Msf che si trova sul campo— «tutti uomini, tutti siriani» — ha già visto e trattato pazienti intossicati dai gas delle armi chimiche. Solo una settimana prima, un ortopedico è morto durante il trasporto dopo essersi intossicato curando un paziente a Latamneh colpita da un raid con gli elicotteri. Passano pochi minuti e lo staff capisce che questa volta è diverso. O, meglio, non è diverso. «È più grave». Da Gaziantep, al confine tra Siria e Turchia, viene coordinata la missione. In meno di due ore dall’attacco — che è iniziato alle 6:50 — cinque medici e tre équipe si mettono in movimento per raggiungere gli ospedali nella zona dell’attacco. Si deve decidere in fretta, non c’è spazio per le incertezze. Chi va dove? «Tre medici partono per l’ospedale più grande al confine con la Turchia, quello di Bab el Hawa, una squadra viene inviata all’Atmeh Charity dove si trova tutt’ora e un terzo team va all’ospedale di Hass, più piccolo degli altri». Il protocollo è sempre il solito, anche in un contesto del genere. Si viaggia sulle ambulanze e sui minivan, mantenendo costantemente il contatto radio con chi coordina la missione. Prima di partire si forniscono le coordinate dell’itinerario. Ma al di là delle regole e delle procedure, chi sale in auto sa molto bene che rischia di morire in qualsiasi momento. «In questa guerra che dura da sei anni, i nostri medici, le nostre ambulanze, i nostri convogli umanitari e i nostri ospedali sono diventati un target militare come un altro».

Tra le 10:30 e le 11:30 secondo le località

Lo staff raggiunge gli ospedali. Altro protocollo da seguire. «Si indossano le tute integrali, le maschere e i guanti rinforzati e solo allora si possono iniziare a visitare i pazienti che vanno prima spogliati e poi lavati». Il rischio contaminazione è altissimo. Basta un errore e il medico si trasforma in paziente. L’elenco dei feriti che arrivano da Khan Sheikhoun e visitati da Msf si allunga con il passare delle ore: «Diciassette a Bab el Hawa,8 ad Hass, 35 ad Atmeh». Lo screening dei sintomi è lungo. «Le pupille ristrette, gli occhi infiammati, l’incoscienza e l’incontinenza lasciano presupporre l’uso di un agente neurotossico che potrebbe essere Sarin». Bambini, donne, vecchi. I pazienti sono di tutte le età, nessuno viene risparmiato. «Mancanza di respiro, cianosi e odore di candeggina sulla pelle indicano l’uso di un agente soffocante come il gas clorino», è il primo report stilato dallo staff. Iniziano anche i primi decessi: «Quattro morti ad Hass, molti di più a Bab el Hawa, di Atmeh non si conoscono ancora le cifre». I sopravvissuti lottano per respirare, non riescono a raccontare nulla. I bambini che ce l’hanno fatta sono in stato di choc. Due infermieri di Bab el Hawa si contaminano. «In tutte le strutture mancano i farmaci, serve atropina, idrocortisone». Msf dona i medicinali che ha portato.

Ore 21:30

I medici sul campo riferiscono via telefono al team di Gaziantep le prime diagnosi. «I sintomi sono coerenti con l’esposizione ad agenti neurotossici come il sarin e ad agenti soffocanti come il gas cloro». Sono parole pesate con cura, che l’indomani verranno trasmesse nei comunicati stampa della ong. Ma non c’è tempo di fermarsi. La squadra all’Atmeh Charity rimane sul campo. Sono appena arrivati altri 35 pazienti, tutti in condizione critiche. Il lavoro da fare è appena iniziato. Intanto, sui telegiornali della sera passano le immagini dei piccoli corpi cianotici. Qualcuno si ferma a guardare. Qualcuno tira dritto o cambia canale. La Siria è lontana. O, almeno, così pare.

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Fonte:

http://www.corriere.it/esteri/17_aprile_06/attacco-chimico-diario-un-medico-c387cde0-1a3f-11e7-988d-d7c20f1197f1.shtml

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Il popolo siriano e l’Umanità hanno il medesimo destino!

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A girl waves an opposition flag during an anti-government protest inside a 2nd century Roman amphitheater in the historic Syrian southern town of Bosra al-Sham, in Deraa

Abbiamo appena assistito in diretta all’ennesimo infame crimine di guerra del regime di Asad in Siria! E’ stato documentato e ha già fatto il giro del mondo; è chiaramente una  violazione delle norme internazionali: perciò è tempo di farla finita!

Le istituzioni internazionali si dimostrino finalmente garanti dei trattati internazionali di cui le Nazioni Unite sono depositarie!

L’attacco chimico avvenuto a Khan Sheikhun, in provincia di Idlib oggi 4 aprile 2017, è una ennesima provocazione del regime a tutta la Comunità delle Nazioni che si rifanno ai diritti dell’Uomo e della Donna e alle Convenzioni di Ginevra – firmate dopo la sconfitta del nazi-fascismo. Si tratta di un evidente crimine contro l’Umanità in cui sono stati uccisi decine e decine di civili innocenti e inermi, compresi tantissimi minori.

Come sempre il regime scommette sulla propria impunità. Damasco cerca di provocare maggiore sangue e più spirito di vendetta nella popolazione civile siriana, che ha già subito 6 anni di massacri indiscriminati.

Il ciclo macabro che Bashar al-Asad ha innescato nel 2011 doveva portare il suo regime a vincere la competizione dell’orrore, che lui stesso ha unilateralmente decretato. La popolazione civile con le sue proteste pacifiche e il suo spirito allegro ha invece scelto di percorrere il binario opposto, quello del riscatto sociale e culturale, prima che politico e militare. Questa riconquista della propria dignità di popolo è ciò  che ha spinto  tutti noi dal primo giorno a sostenere le istanze e lo spirito di rinnovamento profondo in Siria – voluto da tutti i settori oppressi della popolazione – e a scendere in piazza insieme ai siriani che stavano riconquistando la propria Libertà.

Dopo l’attentato alla metropolitana di San-Pietroburgo di ieri 5 aprile, in cui sono morti altri civili innocenti, il regime di Asad ha voluto nuovamente imporsi sulla scena come il dittatore capo. Fino a quando non verrà rimosso dal suo incarico il popolo siriano non avrà Pace, né ci sarà pace in Medio-Oriente.

Perciò noi firmatarie e firmatari pretendiamo dal governo italiano e dall’Unione Europea:

– la messa al bando di tutti i funzionari del regime siriano che lavorano ancora all’interno delle istituzioni internazionali;

– la presa di distanza tra le istituzioni internazionali e gli apparati di Stato in Siria in modo che gli aiuti umanitari possano essere distribuiti senza il ricatto delle milizie lealiste;

– la convocazione immediata di una Conferenza Siriana Permanente sotto l’egida ONU che lavori a una formula costituzionale per il Paese e che lo allontani definitivamente dalla dittatura mettendo al bando gli apparati di repressione.

Noi crediamo che il regime siriano cadrà da solo, senza necessità di un intervento militare straniero, dal momento in cui verrà messo al bando.

Nessuna interlocuzione d’ ora in poi! Diciamo al regime la verità: non sei gradito!

E’ finita ora.

Aderisci anche tu: scrivi con il nome esatto che vuoi che figuri a:

[email protected]yahoo.it 

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Salomo Kilpatrick

Primi firmatari (in ordine alfabetico)

Yasmine Accardo, Italia
Martina Acone
Daniela Alberghini, Bologna
Amina S. Ali, New York, NY
Amer Al Rassas, Lebanon
Abdulhadi Altaleb
Wael Ammar, Italy
Filomena Annunziata, italia
Ruthanne Ashkar, Manchester, Michigan, USA
Nafeez Aurangzeb, Edmonton, Canada
Alice Azzalin
Marianna Barberio
Mariano Manuel Bartiromo
Farouk Belal, Washingon DC
Maria Bell, New Jersey, USA
Veronica Bellintani, Italy
Andy Berman Minnesota Chapter 27 Veterans for Peace
Pierluigi Blasioli
Alessia Borzacchiello
Sheryl Amal Brill, Canada
Toni Brodelle, House of Lords task group (Syria/refugees)
Anca Budeanu
Terry Burke, Minnesota, CISPOS
Michele Calenzo
Andrea Castelli
Marina Centonze, Italy
Chiara Cetrulo, Italy
Valentina Chiocchi
Giulia Cocca, Italy
Gizele Alves Costa, Brasile
Albina Bianca Maria Cotza
Sasha Crow, Founder (retired) Collateral Repair Project, Jordan
Amina Dachan, Italy
Asmae Dachan, Italy
Michelle Dean, Bristol
Maria De Chiara, Italia
Lorenzo Declich, Italy
Mauro Destefano
Camilla Dixon, Skellefteå, Sweden
Nurah El Assouad
Ofelia Epifanio
Beatrice Esposito, Italy
Ann Eveleth, Anti-War Committees in Solidarity w/ the Struggles for Self-Determination
Loretta Facchinetti, Italy
Samantha Falciatori, Italy
Darren Fenwick, Human Rights Activist, Lawyer
Roberta Ferrullo, Italy
Marinella Fiaschi
Tullio Florio, Napoli, Italy
Simona Fontana
Caricchia Francesca, Italy
Ghiloni Francesca
Raffaella Francesca, Italy
Sandra Friel, UK Ireland
Giuseppe Fuccella
Simone Galanti, Brasile
Cristina Gemmino
Francesca Ghiloni, Italia
Greta Giberti, Italy
Sheena Gleeson, Hackney, London
Deborah Green, Australia
Margaret Green, Newcastle, UK
Bronwen Griffiths, UK
Sami Haddad
Ina Hartgers, Almere, the Netherlands
Zubêr Hatia, Hampshire, UK
Daniel Hayeem, London
Jon Hillström, the Netherlands
Mikael Jungqvist, Sweden
Rami Kamal, USA
Michael Karadjis, Australia
Deidre Kellogg, Human2Human Compassion
Jim Kubik, Chicago suburbs, Illinois, USA
Alessandro Liberatoscioli
Sara Loudayi
Lodi Maria, Los Angeles
Noemi Martinelli
Rachida Mazarie, France
David McDonald, USA
Roberta Milani Italia
Silvia Moroni
Angela Musa, Sardegna
Fiammetta Mura, Italy
Ida Orlando, Italia
Leila Nachawati Rego, professor at Carlos III University
Siria Niviano
Giulia Njem
Rima Njem
Christa Rihani Ooms, the Netherlands
Valentina Pansanella
Giulia Paoli, Italy
Alfredo Pastore, Sesto Fiorentino
Genevieve Penny, Los Angeles, CA
Andrea Pettersson, Malmö Sweden
Eugenio Piccilli, Italy
Laura Piras
Donatella Quattrone
Regiana Queiroz
Claire Richards-Eljadi, Bristol, UK
Therese Rickman-Bull
Mary Rizzo, blogger “We Write What We Like”, Italy
Fouad Roueiha, Italy
Fabio Ruggiero,
Mobin Safi
Alex Salamone, Roehampton, London, UK
Fiorella Sarti, Italy
Alberto Savioli
Cheryl Seelhoff, Seattle, Washington, USA
Noemi Sirignano
Rosanna Sirignano, Italy\Germany
Lindsey Smith
Irene Tavani
David Turpin Jr., Antiwar Committees in Solidarity with Struggles for Self Determination
Ina Varfaj
Elisabetta Vespa
Johannes Waardenburg, the Netherlands
Kelly Warren, Oregon, USA
Joshka Wessels, Sweden
Sina Zekavat, New York, USA
Chiara Zimbili

Sigle/associazioni:

Comitato permanente per la Rivoluzione siriana

Rose di Damasco

Studenti Unior pro Rivoluzione siriana

Syria Solidarity International

IN INGLESE

The Syrian people and humanity have the same fate!

We have just witnessed live the umpteenth heinous war crime of the Assad regime in Syria! It has been documented and has already made news around the world; and it is clearly in violation of international humanitarian laws: the time has come for it to stop!

International institutions must finally demonstrate that they are guarantors of international treaties to which they are United Nations signatories!

The chemical attack in Khan Sheikun, in the province of Idlib today, 4 April 2017, is yet another provocation by the regime to the entire Community of Nations that declare the primacy of observance of human rights and are signatories of the Geneva Conventions – signed after the defeat of Nazism and Fascism. It is a clear crime against humanity in which scores of innocent and unarmed civilians, including many children, have been slaughtered.

As always, the regime is counting on their impunity. Damascus seeks to provoke more blood and the spirit of revenge in the Syrian civilian population, which has already undergone six years of indiscriminate massacres.

The macabre cycle that Bashar has triggered in 2011 was to bring his regime to win the competition of horror that he has unilaterally decreed. The civilian population with its peaceful protests, and its cheerful spirit instead chose to take the opposite track, that of social redemption and cultural renewal before political and military interests. This regaining of their dignity as a people, this is what has brought all of us from day one to support the demands and spirit of profound renewal in Syria – so ardently yearned for by all oppressed sectors of the population – and brought us to the streets along with Syrians who were reconquering their Liberty.

After yesterday’s attack on the subway in St. Petersburg , which killed more innocent civilians, the Assad regime sought to re-establish itself on the scene as the chief dictator. Until the moment he is removed from office, the Syrian people will not have peace, nor will there be peace in the Middle East.

Therefore we signatories demand from the Italian government and the European Union:

– the expulsion of all officials of the Syrian regime still working within international institutions;

– the distancing from the international institutions and state apparatuses in Syria so that humanitarian aid can be delivered without the blackmail of the loyalist militias;

– the immediate convocation of a Syrian Permanent Conference under the aegis of the UN that works to develop a constitutional formula for the country and that definitively will distance it from the dictatorship by dismantling the repressive apparatus.

We believe that the Syrian regime will fall by itself, without the need for a foreign military intervention, in the very same moment that it is rejected by the world.

No more dialogue from now on! Let us say the truth to the regime to its face: You are NOT welcome! Your time is up.

 

 

Fonte:

https://levocidellaliberta.com/2017/04/04/il-popolo-siriano-e-lumanita-hanno-il-medesimo-destino/