Per Edo

Lo sa solo il cielo il perché. Per sempre con noi. Ciao Edo
curva nord – stadio Marassi – Genova

I colori non dividono un’amicizia. Ciao Edo
curva sud – stadio Marassi – Genova

 

Edoardo e Carlo si conoscono al liceo scientifico: Carlo è in 3° (Carlo è avanti un anno), Edo in 1°. Tra loro nasce subito un’amicizia forte che li lega oltre la scuola, negli interessi comuni, nelle amicizie, nelle partite a pallone.
Un’amicizia che continua a tenerli vicini, anche dopo la fine della scuola; come è normale nella vita, alternano momenti in cui si frequentano di più, a periodi in cui non si sentono per un po’… per poi tornare insieme.

Dopo il 20 luglio 2001, Edo scriverà su un muro di Piazza Manin, (la piazza degli incontri con gli amici comuni), “Un amico, un fratello: ciao Carlo”.

E dal 20 luglio 2001, Edoardo non riuscirà più a staccarsi da Piazza Alimonda.
Fino al 2 febbraio 2002.
Edoardo va in Svizzera, a Zurigo, per partecipare alla manifestazione contro il WTO e poi per seguire una sua grande passione: il Genoa, che giocherà a Como.
Si incontra con un suo amico, Mattia, che abita a Riva San Vitale, e vanno insieme al corteo. Quando tornano a casa, Edo si sente stanco, dice all’amico che ha voglia di dormire un po’ e si sdraia su un letto…
E’ il 2 febbraio 2002, Edoardo muore per una miocardite.

 

 

 

Fonte:

http://www.piazzacarlogiuliani.org/carlo/edo/index.php

 

Su Elena Angeloni, Carlo Giuliani, stragi di Stato e depistaggi

Ripropongo qui un mio vecchio articolo leggermente modificato.

 

 

Oggi è l’anniversario della morte di Elena Angeloni. Infoaut (che ha il merito di avere una sezione, denominata Storia di classe, dedicata alla memoria) ha pubblicato un articolo per ricordare il fallito attentato (dimenticando di dire che nelle intenzioni di chi lo aveva preparato doveva essere solo dimostrativo ma poi qualcosa è andato storto causando la morte dei due compagni, Angeloni e il giovane militante greco Giorgio Tsekouris) all’ambasciata Usa di Atene il 2 settembre 1970.
Qui potete leggere l’articolo di Infoaut: http://www.infoaut.org/index.php/blog/storia-di-classe/item/2481-2-settembre-1970-fallito-attentato-del-superclan-allambasciata-usa-di-atene
Purtroppo sul web non si trovano informazioni soddisfacenti sulla storia di Elena Angeloni un pò perchè fu a lungo dimenticata o taciuta un pò perchè fu tirata in ballo solo qualche anno fa in un articolo del quotidiano Il giornale. L’articolo in questione arriva ad accennare alla storia di Angeloni partendo dall’analisi di alcune foto del giovane Carlo Giuliani durante le manifestazioni del g8 del 2001. Il giornalista, Gian Marco Chiocci, mette in relazione due eventi completamente diversi così come lontani nel tempo (la donna è morta otto anni prima che nascesse Carlo), perchè Angeloni era la zia di Giuliani. Così facendo l’autore tenta di dar credito alle sue analisi delle foto di Carlo – descritto come un black block – come se le vicende passate della zia (peraltro poco conosciute come lo stesso giornalista ammette), potessero fornire la prova mancante del profilo criminale del giovane Carlo Giuliani, qualora non bastassero il passamontagna e le barricate. Qui l’articolo: http://www.ilgiornale.it/news/ecco-foto-inedite-black-bloc-giuliani.html
Su questo articolo e su uno più recente sempre dello stesso autore sulle stragi di Bologna e di Piazza della Loggia (dove Gian Marco Chiocci parla di depistaggi e tenta di rispolverare l’ipotesi – da tempo dimostrata essere falsa – delle piste rosse, questa, sì, vero depistaggio: qui l’articolo di Chiocci sulle stragi: http://www.ilgiornale.it/news/interni/stragi-e-br-quei-depistaggi-bologna-e-brescia-854592.html), ha scritto qualche tempo fa, sul suo blog, Francesco “baro” Barilli. Barilli è autore, tra l’altro, del bellissimo libro Carlo Giuliani, il ribelle di Genova , edito da BeccoGiallo, con disegni di Manuel De Carli, in cui si racconta , anche attraverso il dialogo con i familiari del ragazzo, la vera storia di Carlo.

 

CARLO GIULIANI

Francesco Barilli vanta una vasta pubblicazione sui temi del g8 di Genova, sulle stragi di Stato e su diversi fatti di cronaca. Vale la pena dunque leggere la sua amara riflessione su un certo modo di fare giornalismo dove dà anche un accenno del contesto storico della vicenda in cui perse la vita Elena Angeloni. Per la vera storia di Angeloni, Barilli rimanda ad un testo molto interessante scritto da Paola Staccioli e Haidi Gaggio Giuliani e pubblicato nel 2012 da DeriveApprodi: il libro s’intitola Non per odio ma per amore. Storie di donne internazionaliste, nel quale si narrano, attraverso dei racconti, le storie di sei donne, tra cui Elena Angeloni, che hanno dedicato le loro vite a sostegno delle lotte di liberazione di altri popoli.

 

A questo link potete leggere la riflessione di Barilli: http://francescobarilli.blogspot.it/2013/01/da-piazza-della-loggia-carlo-giuliani.html
Concludo dicendo che il mio voleva essere un post per ricordare Elena Angeloni ma vi sono storie che si intrecciano con altre e la memoria è fatta anche di questo, di rimandi, di collegamenti perché non si spezzi il filo della storia e perché si cerchi di fare della verità il fine dell’informazione.

 

D.Q.

Carlo Giuliani

Il 20 luglio 2001, durante il G8 di Genova, a Piazza Alimonda, rimase ucciso il giovane Carlo Giuliani.
Questo è il sito del Comitato a lui dedicato:

http://www.piazzacarlogiuliani.org/

BREVE CRONOLOGIA DEI FATTI DEL 20 LUGLIO 2001:
PIAZZA ALIMONDA ORE 17.27

Venerdì 20 luglio
Il vicepresidente del Consiglio, on. Gianfranco Fini, con altri esponenti di Alleanza Nazionale, tra cui l’on. Ascierto, si trovano nella Caserma dei Carabinieri di San Giuliano dove si trattengono per diverse ore. Le forze dell’ordine vengono dislocate nelle zone dove passeranno i cortei e nelle vicinanze delle piazze tematiche.
Sono stati rimossi i cestini della spazzatura ma molti cassonetti si trovano tuttora lungo i percorsi e nelle piazze dove si raccolgono i manifestanti.
Fin dalla mattina compare il Black block: gruppi di 10, 15, al massimo 20 persone alla volta, molte delle quali dall’accento straniero, si aggirano per la città distruggendo vetrine, incendiando cassonetti, auto, motorini.
Fanno incetta di sassi, spranghe e bastoni.
Diversi privati cittadini, da varie zone della città, denunciano il fatto alle autorità competenti. Un gruppo si concentra in piazza Paolo da Novi, la piazza tematica dei Cobas; inizia a smantellare la pavimentazione e a caricare i cassonetti con pietre.
Alcuni manifestanti tentano di fermarli.
Le forze dell’ordine, che si trovano a breve distanza, no.
Indietreggiano, sparando lacrimogeni. Li inseguono nelle vie adiacenti senza mai fermarli davvero.
(Alcuni filmati, anche del sabato, riprenderanno strani personaggi che prima parlano con le forze dell’ordine e poi si avvicinano ad alcuni Black block. Altri filmati riprendono dei personaggi che, in motorino, prima parlano con i Black block, poi con le forze dell’ordine, e così via).
Il black block passa sotto il tunnel della ferrovia all’altezza di corso Torino dividendosi quindi in due gruppi : uno si dirige verso il Carcere, l’altro sale la scalinata Montaldo verso piazza Manin.
Ore 15. Un filmato riprende alcuni blindati dei Carabinieri nella piazza antistante il Carcere di Marassi e gruppi di agenti a piedi.
Una ventina di Black block si avvicina al carcere lanciando sassi.
I Carabinieri si ritirano.
I Black block rompono alcuni vetri delle finestre del Carcere e incendiano un portone ed una finestra. Poi se ne vanno indisturbati.
Nel frattempo il corteo dei Disobbedienti, “armati” con scudi di plexiglass, imbottiture di polistirolo, gommapiuma e bottiglie di plastica, lasciato lo Stadio Carlini, si avvia lentamente lungo il tragitto autorizzato, incontrando sul suo cammino cassonetti rovesciati e auto bruciate.
A metà di via Tolemaide viene duramente e improvvisamente aggredito dai Carabinieri, sostenuti da 4 blindati. Ricordiamo che i portavoce dei Disobbidienti avevano precedentemente concordato con la Questura il percorso fino a piazza Verdi, (la piazza che si trova di fronte alla stazione Brignole). Ci sarebbero, quindi, ancora circa 500 metri di strada da percorrere. La zona rossa, protetta dalle grate in ferro, è ben più lontana.
L’attacco respinge per alcuni metri i manifestanti che, retrocedendo, si compattano verso corso Gastaldi. Non ci sono vie di fuga: alle spalle 10000 persone premono non comprendendo cosa stia accadendo; da un lato la massicciata della ferrovia, dall’altro file continue di palazzi.
Nel frattempo, i Black block saliti a piazza Manin, dove sono radunati Pax Christi, Mani Tese, Rete Lilliput, ecc., proseguono indisturbati verso piazza Marsala; dietro a loro sopraggiunge la Polizia che spara lacrimogeni e carica i pacifisti con le mani, pitturate di bianco, alzate; vengono picchiate e ferite soprattutto le donne.
Tornando a via Tolemaide, dopo ogni carica al corteo dei Disobbedienti, i blindati e i militari indietreggiano, ritirandosi fino all’angolo con corso Torino.
Alcuni ragazzi del corteo li inseguono, tirando sassi e cercando di rompere i vetri dei blindati.
Una camionetta, dopo aver percorso a velocità sostenuta, su e giù, quel tratto di strada, minacciando di travolgere i manifestanti, si blocca improvvisamente a marcia indietro contro un cassonetto. L’autista fugge lasciando soli i colleghi.
I carabinieri schierati poco più avanti non intervengono in loro aiuto.
I ragazzi assaltano il blindato, visibilmente infuriati, con sassi e spranghe; permettono comunque ai carabinieri che occupano il mezzo di allontanarsi. Quindi lo incendiano.
La Polizia respinge il corteo in via Tolemaide.
Ore 16.30 circa – Carlo si unisce al corteo dei Disobbedienti, che già da tempo, bloccato frontalmente, stremato dalle cariche ripetute, intossicato dai lacrimogeni, scottato dagli idranti urticanti, tenta di defluire per le vie laterali e di tornare al Carlini.
Carlo indossa un pantalone della tuta blu, una canottiera bianca e una giacca della tuta grigia legata in vita.
A questo punto le forze dell’ordine, carabinieri e polizia, attaccano nuovamente il fronte del corteo: blindati lanciati a 70Km/h sui ragazzi, idranti urticanti, colpi d’arma da fuoco, lacrimogeni al gas CS, manganelli Tonfa.
I ragazzi rispondono lanciando sassi, lanciando indietro alcuni lacrimogeni, facendo piccole barricate con i bidoni per la raccolta differenziata della carta e della plastica.
Carlo indossa il passamontagna blu.
Sul fianco di via Tolemaide si aprono 2 strade strette, che portano in piazza Alimonda.
Ore 17.15. Un drappello di una ventina di carabinieri appoggiato da 2 defender si posiziona in una di queste due stradine. Partono i lacrimogeni, che vengono lanciati in mezzo al corteo.
I manifestanti reagiscono.
I militari, improvvisamente, cominciano ad indietreggiare, fino a scappare disordinatamente verso via Caffa, attraverso piazza Alimonda.
Un gruppo di manifestanti li inseguono urlando.
I due defender proseguono in retromarcia, superano un primo cassonetto che si trova in mezzo alla strada di fronte alla Chiesa del Rimedio.
Un defender, raggiunto uno slargo, fa manovra e raggiunge i colleghi in via Caffa; l’altro si ferma contro un cassonetto di rifiuti mezzo vuoto che si trova sul lato destro della strada.
Un plotone di polizia, con defender e blindati, è schierato in via Caffa a pochi metri dal defender. Un ingente schieramento di forze di polizia e blindati si trova in piazza Tommaseo, la piazza in cui sfocia via Caffa, lunga 300 metri.
Alcuni manifestanti raggiungono il defender fermo in piazza Alimonda, alcuni di loro tornano indietro verso via Tolemaide, altri cominciano a tirare sassi contro le forze dell’ordine schierate in via Caffa, altri ancora lanciano pietre e tirano colpi con assi di legno al defender.
Una persona raccoglie da terra un estintore, comparso sulla scena in questo momento, e lo lancia da una distanza ravvicinata e nel senso della lunghezza, contro il defender; l’estintore colpisce il lunotto posteriore e cade fermandosi sulla ruota di scorta.
Uno scarpone spunta dal lunotto e lo scalcia facendolo rotolare a terra.
In questo momento attorno al defender ci sono 4 fotografi e 5 manifestanti.
Una pistola spunta dal lunotto posteriore.
Un ragazzo con la felpa grigia vede la pistola, si china e scappa.
Carlo, si avvicina, si china a raccogliere l’estintore, si alza in torsione per ritrovarsi quasi di fronte al retro del defender…
… Solleva l’estintore sopra la testa…

In questo momento, Carlo si trova a 3,37 metri di distanza dal lunotto posteriore del defender.
Sono le 17.27.
Parte il primo sparo.
Carlo cade a terra in avanti, trascinato dall’estintore che sta lanciando, e rotola sul fianco destro verso il defender.
I manifestanti presenti nella piazza scappano precipitosamente mentre parte un secondo colpo di pistola. I fanali della retromarcia del defender sono accesi.
Qualcuno grida “fermi, stop” al Defender che passa due volte sul corpo di Carlo, una prima volta in retromarcia sul bacino, la seconda in avanti sulle gambe.
Sono passati 5 secondi dal secondo sparo quando il defender è già in via Caffa, oltre lo schieramento della Polizia.
I giornalisti che si trovano vicino al defender cominciano a fotografare e riprendere Carlo a terra, che sta morendo.
Si avvicinano alcuni manifestanti che cercano di fermare lo zampillo di sangue che sgorga a ritmo cardiaco dallo zigomo sinistro di Carlo.
A questo punto, le forze di polizia avanzano, sparando lacrimogeni e disperdendo i pochi manifestanti ancora nei pressi.
Le forze di polizia circondano il corpo.
10 minuti dopo, un’infermiera del GSF che cerca di soccorrere Carlo sente ancora il suo cuore che batte. Arriva una seconda infermiera.
Le infermiere tolgono il passamontagna a Carlo e notano sulla fronte una grossa e profonda ferita che non sanguina, una ferita, dunque, che è stata provocata da un colpo in fronte inferto dopo l’uccisione. Sulla tempia destra di Carlo ci sono abrasioni e ferite.
Più di un testimone racconterà di aver visto rappresentanti delle forze dell’ordine che hanno preso a calci in testa Carlo prima che arrivassero le infermiere del GSF.

Nella relazione del primo semestre 2002, i Servizi Segreti italiani hanno ammesso “infiltrazioni di elementi di estrema destra tra i black block a Genova durante le manifestazioni anti-G8”.

Tutto quanto raccontato è visibile dai numerosi filmati elencati in questo sito alla voce “Bibliografia”, o dalle numerose fotografie riportate nelle contro-inchieste.
Sul Black Block e l’assalto al Carcere di Marassi si veda in particolare “Le strade di Genova”, di Davide Ferrario.

» La ricostruzione e qualche domanda

 

 

Fonte:
http://www.piazzacarlogiuliani.org/carlo/iter/20lug.php

Nel sito del Comitato Piazza Carlo Giuliani è presente molto altro  materiale, tra cui videi di documentari che ricostruiscono l’omicidio. Rinvio alla visita del sito stesso.

Su Carlo Giuliani ho letto un paio di libri di cui consiglio la lettura. Si tratta di una raccolta di racconti  dedicati a Carlo e pubblicati a dieci anni dalla sua uccisione e di un grafic novel che ne racconta la vita.

Per sempre ragazzo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CARLO GIULIANI

 

La famiglia Giuliani da quel giorno lotta per sapere la verità sull’omicidio del figlio, sui fatti del g8 di Genova 2001 e dà il suo sostegno anche per tutti gli altri casi di malapolizia. Costante è dunque l’impegno della madre Haidi Gaggio Giuliani , cofondatrice, insieme a Francesco Barilli, del sito http://www.reti-invisibili.net/, del padre Giuliano e della sorella Elena.

Qui gli ultimi articoli sull’omicidio di Carlo:

G8, "Giusto sparare a Giuliani" Sallusti a giudizio per diffamazione

 

http://www.ilsecoloxix.it/p/genova/2013/06/23/APcfvxoF-giuliano_giuliani_voglio.shtml

http://www.ilsecoloxix.it/p/genova/2013/06/26/APbPurpF-giuliano_giuliani_morto.shtml

http://www.ilsecoloxix.it/p/genova/2013/10/09/AQhu73c-ritorna_morte_giuliani.shtml

http://www.ilsecoloxix.it/p/genova/2014/01/27/AQ0MALdB-credevo_colpito_giuliani.shtml

http://genova.repubblica.it/cronaca/2014/03/27/news/g8_giusto_sparare_a_giuliani_sallusti_a_giudizio_per_diffamazione-82065957/

Segnalo il prossimo evento organizzato per ricordare Carlo:

Fonte:

http://www.osservatoriorepressione.info/?tribe_events=per-non-dimenticarlo-genova-19-20-luglio-2014

In morte del Sig. Giuseppe Casu

Fonte: Comitato Verità e Giustizia per la morte del signor Giuseppe Casu
9 ottobre 2006
“Coloro la cui vita rappresenta l’inferno della Società Opulenta sono tenuti a bada con una brutalità che fa rivivere pratiche in atto nel medioevo e all’inizio dell’età moderna. Per gli altri, meno sottoprivilegiati, la società prende cura del bisogno di liberazione soddisfacendo i bisogni che rendono la servitù ben accetta e fors’anche inosservata …”
Hebert Marcuse, da “L’uomo ad una dimensione”
Comitato Verità e Giustizia per la morte del signor Giuseppe Casu
Giovedì 15 Giugno 2006 in piazza IV Novembre a Quartu il signor Giuseppe Casu, accanto alla sua ape parcheggiata, come ogni giorno vendeva un poco della frutta e verdura contenuta nel cassone.
Nulla di notevole sino a quel momento in una giornata che sembra tranquilla. Poi, in tarda mattinata, il dramma. Tutto avviene molto rapidamente, intervengono i carabinieri con le guardie municipali, spunta fuori anche un’ambulanza. Gli agenti lo afferrano con la forza, di fronte a tutti, lo sbattono a terra, lo immobilizzano. Giuseppe Casu viene caricato, ammanettato, alla barella e portato via. È in atto un ricovero coatto in psichiatria.
“Sgombero Forzato: se ne va anche l’ultimo ambulante” titola trionfalmente l’Unione Sarda il giorno dopo, in un pezzo chiaramente ispirato dalla giunta comunale. È falso, Giuseppe Casu non è l’ultimo ambulante, ma è forse il più vulnerabile e viene colpito in maniera esemplare per ottenere il risultato di sgomberare finalmente la piazza dagli abusivi. Perché altrimenti tanta forza e tanta violenza è stata impiegata contro un individuo intento in una attività così pacifica?
Per completare il quadro di questa vicenda occorre fare qualche passo indietro.
Il fatto è che da qualche tempo la giunta comunale di Quartu ha intrapreso un’energica azione contro i venditori ambulanti privi di licenza, per il ripristino della “legalità”, dunque anche i venditori di piazza IV Novembre erano da tempo nel mirino della giunta.
Nell’ambito di questa “guerra agli ambulanti” però le guardie municipali di Quartu, per ragioni che andrebbero chiarite, si sono accanite, in maniera assurda e ingiustificabile, quasi esclusivamente contro il signor Giuseppe Casu. Questo accanimento selettivo viene ammesso anche dal vicesindaco di Quartu, Tonio Lai, che nel dibattito in giunta del 6 Settembre 2006 dice: “Siamo a conoscenza di un fatto certo, che la polizia municipale ha emesso numerosi verbali a carico del cittadino, signor Giuseppe Casu. Ne ha emesso soprattutto a partire da Maggio 2005, tantissimi …”. A questa persecuzione il signor Giuseppe Casu, benché preoccupato, ha reagito pagando le multe e continuando ad andare in piazza IV Novembre per vendere.
Ma torniamo al giorno prima dell’agguato, il 14 Giugno 2006. I vigili si presentano dal signor Casu. Come sempre gli elevano una contravvenzione, ma questa volta il verbale raggiunge la cifra stratosferica di 5000 euro per la vendita senza licenza di frutta e verdura in strada. Una cifra che, questa volta, il signor Giuseppe Casu non farà a tempo a pagare.
Evidentemente nelle stanze dell’amministrazione comunale qualcuno proprio non sopportava l’ostinazione del signor Casu. Pensando ai drammatici fatti dei giorni successivi l’imposizione di questa multa sproporzionata assume l’aspetto sinistro di un avvertimento e di una provocazione.
I medici psichiatri, che si son presi l’incarico di risolvere il problema dell’ultimo ambulante resistente di Quartu, sono stati dunque anche responsabili del destino del signor Giuseppe Casu, dalla mattina 15 Giugno sino alla sua morte. A pensarci è una ben strana cosa, visto che formalmente sono dei medici e, in teoria, il loro compito sarebbe quello di curare la gente e non quello di togliere le castagne dal fuoco al comune in lite con gli ambulanti.
Il ricovero coatto (Trattamento Sanitario Obbligatorio o TSO) viene giustificato da uno stato di agitazione psicomotoria: il signor Casu dava in escandescenze. Ma il semplice buonsenso ci dice che questo poteva essere casomai inteso come un segno di salute mentale. Vorrei sapere infatti chi di noi non darebbe in escandescenze dopo che, coloro che il giorno prima ti hanno messo 5000 euro di multa, si presentano, ti intimano di andartene, e, al tuo rifiuto, ti mettono altri 5000 euro di multa, poi ti saltano addosso e ti immobilizzano…
Cerchiamo di capire cosa hanno fatto davvero questi “medici” per la salute del signor Giuseppe Casu, all’interno del reparto di psichiatria dell’ospedale di Is Mirrionis a Cagliari, nella settimana in cui il paziente è riuscito a sopravvivere ai loro trattamenti.
Qualcuno si è preoccupato delle ferite che il signor Giuseppe Casu aveva subito durante le aggressioni di cui era stato vittima? Qualcuno si è preoccupato di quella mano gonfia? Della presenza di sangue nelle urine? O piuttosto la loro unica preoccupazione è stata quella di iniettargli un potente sedativo che spegnesse il suo cervello per qualche giorno, di legarlo al letto, di metterlo in condizioni di non rompere le scatole?
I familiari del signor Giuseppe Casu, quando vanno a visitarlo, lo trovano sempre legato al letto, sedato, col panno e privo di coscienza. Nei momenti in cui riprende coscienza chiede di essere slegato. Gli stessi familiari segnalano l’evidente gonfiore ed il colore violaceo della mano destra, ma nessuno si preoccupa del suo stato di salute.
Dopo una settimana il signor Giuseppe Casu muore, all’improvviso, sempre legato a quel letto da cui nessuno lo ha ancora liberato. Aveva 60 anni e non soffriva di nessuna malattia che lo potesse portare ad una fine così rapida ed improvvisa.
Anche dalla relazione della commissione d’inchiesta della ASL, istituita in seguito ad una denuncia dell’ASARP, risulta che il signor Casu è stato vittima di un ‘trattamento inaccettabile’: nel reparto di psichiatria lo hanno sedato e immobilizzato, legandolo al letto mani e piedi per sette giorni, dal suo arrivo al momento della sua morte e non gli hanno fatto nessun esame per verificare il suo stato di salute. Nonostante le gravi responsabilità accertate la ASL si rifiuta però di prendere qualsiasi provvedimento.
Per noi la morte del signor Casu è la diretta conseguenza di una politica precisa, della prassi violenta delle “forze dell’ordine” e del trattamento pseudo-medico che gli è stato riservato. Lo hanno ammazzato loro.
Morti come queste, di solito, sono presto dimenticate. Per la magistratura e gli investigatori non sono certo casi degni di interesse. Familiari ed amici, quando vogliono insistere per accertare la verità e le responsabilità, incontrano difficoltà di ogni tipo. Il più delle volte la gente finisce per rassegnarsi e lasciar perdere. Questo le guardie e gli psichiatri lo sanno bene, anche su questo contano per garantirsi l’impunità. Le loro vittime sono destinate a essere sepolte in fretta e dimenticate.
Questo sarebbe stato anche il destino del signor Giuseppe Casu, se non fosse stato per l’insistenza della sua famiglia che non si è rassegnata all’esito della frettolosa autopsia effettuata dai medici dello stesso ospedale il giorno dopo il decesso, e sta cercando di far riaprire il caso.
Diverse procedure amministrative e giudiziarie sono attualmente in corso, ma, come spesso accade, queste rischiano semplicemente di fare da anticamera all’oblio.
Per questo è assolutamente necessario che l’attenzione su questo terribile caso non venga meno nei prossimi tempi, non deve essere liquidato come normalità della vita di ogni giorno.
L’orrore della vicenda, suo malgrado esemplare, del signor Giuseppe Casu non può scivolare via dalla memoria. Verità e giustizia sono dovute a lui e a noi. Non dimentichiamolo, né dimentichiamo che verità e giustizia reali non coincidono con la versione ufficiale dei fatti.
Le ragioni del comitato.
Il comitato si propone di compiere ogni sforzo perché la terribile vicenda che ha portato alla morte del signor Giuseppe Casu non sia dimenticata ed insabbiata, ma, al contrario, perché possa emergere la verità e sia fatta giustizia. In questo vogliamo collaborare ed appoggiare sia la famiglia della vittima, sia tutti coloro che condividono con noi questo scopo.
Ci spinge a questo un naturale senso della solidarietà umana e della giustizia e un altrettanto spontaneo disgusto per lo spettacolo della violenza inflitta dai forti contro i deboli, dalle “istituzioni” contro i singoli, dai “pubblici ufficiali” contro i semplici cittadini. Ma le nostre motivazioni non si esauriscono qui.
Siamo infatti convinti che quanto accaduto al signor Giuseppe Casu non sia affatto un episodio isolato ed assolutamente eccezionale. Al contrario, pensiamo che si tratti di un caso in qualche modo esemplare.
Vi sono fasce della popolazione definite “marginali” che vengono costantemente sottoposte a forme di violenza brutale e frequentemente ne restano vittime. Parliamo di coloro che il potere definisce di volta in volta “pazzi”, “drogati”, “clandestini”, “vagabondi”, etc. . Di questi ferimenti, di queste morti, raramente si viene a sapere, difficilmente si sente parlare e mai viene fatta giustizia. Sono morti che vengono dimenticate in fretta.
Anche la morte del signor Giuseppe Casu viene già fatta passare per un errore, per un caso di “mala-sanità”, si parla di tragica fatalità, di un caso sfortunato, eccezionale, imprevedibile. Non è vero. La morte del signor Giuseppe Casu è invece la logica conseguenza, l’esito naturale, di una politica ben precisa. Oramai le politiche “securtarie” e “legalitarie” sono tanto di moda tra le amministrazioni pubbliche di destra e di “sinistra” (il comune di Bologna primo tra tutti), che anche Quartu Sant’Elena, un comune del meridione più povero e afflitto da problemi sociali, ha deciso di adottarle. Politiche che hanno un punto fermo, una costante: quella di mettere un astratto concetto di “legalità” avanti a tutto, e soprattutto avanti alle più elementari esigenze di giustizia sociale e di solidarietà umana. Così nascono tutte le varie “guerre” che le amministrazioni dichiarano contro settori di popolazione poveri e marginali. Il comune di Quartu, ad esempio, aveva già intrapreso la sua contro gli ambulanti, ed è di questi giorni la massiccia operazione di militarizzazione del territorio a Cagliari, con intere piazze assediate da polizia e carabinieri, centinaia di persone identificate,una cinquantina di schedature, denunce, fogli di via voluti dal prefetto Orrù e dal sindaco Floris, con la stampa ad agitare lo spettro di un improbabile quanto ridicolo “terrore” suscitato da punkabbestia ed ambulanti abusivi nel centro storico cittadino. Si dichiara guerra ai drogati, ai clandestini, agli imbrattatori, etc. . E che si tratti di guerre reali e non metaforiche, condotte con lo spirito ed i metodi della guerra, ce lo dicono le vittime che queste piccole guerre interne seminano nelle nostre strade.
Ne ricordiamo alcune:
– Federico Aldrovandi, viene pestato e soffocato in strada dalla polizia la notte del 25 Settembre 2005. Lo avevano preso per un “drogato” che stava in strada a far casino. Aveva 18 anni. Molti mesi dopo, grazie all’insistenza della madre si apre un’inchiesta della magistratura, è in corso un processo.
– Stefano Cabiddu, muratore di Samassi emigrato a Crema, assassinato da un carabiniere con un colpo di pistola il 20 Luglio 2003 nel parco di un centro commerciale a Roccadelle dove era andato per incontrarsi coi suoi fratelli, anche loro emigrati. Aveva 23 anni. Il carabiniere, a caccia di “spacciatori”, si giustifica prima dicendo che i tre sardi avevano un fare “sospetto”, poi ricorre alla classica risorsa del caramba dal grilletto facile: dirà di aver inciampato e che gli è partito un colpo. Un anno dopo il PM lo assolve e archivia l’inchiesta senza nemmeno un processo.
– Raigama Achrige Rumesh Ku, 19 anni, residente a Como, famiglia originaria dello Sri Lanka. Il 29 Marzo 2006 un vigile della squadra speciale “anti-graffittari” organizzata dal comune gli ha sparato in testa a freddo, trapassandogli il cranio dalla nuca alla fronte. Miracolosamente è sopravissuto, il vigile ha “chiesto scusa”, l’inchiesta è in corso.
– Mario Castellano, napoletano, 17 anni. Il 20 Luglio del 2000 era in motorino senza casco, una pattuglia della polizia gli ordina di fermarsi, lui non lo fa, un agente gli spara alla schiena e lo uccide. Grazie alla testimonianza di un driver del vicino ippodromo l’agente viene condannato in primo grado a 10 anni per omicidio volontario. L’agente è stato poi assolto in appello perché “il fatto non sussiste” (anche a lui “è partito un colpo”).
E si potrebbe continuare a lungo, ma comunque l’elenco sarebbe comunque troppo breve. Sappiamo che sono pochissimi i casi di cui veniamo a conoscenza e che vengono documentati, rispetto a quelli che realmente avvengono. Anche quei pochi poi rimangono per lo più relegati tra le notizie marginali della stampa locale.
Scorrendo l’elenco delle vittime di queste assurde guerre interne c’é una costante che impressiona, é lo stato di assoluta impunità nel quale agiscono le cosiddette “forze dell’ordine”. Qualunque abuso compiano non si trova giudice che alla fine non li copra, sino all’omicidio.
Questo è evidentemente uno dei motivi principali per cui, in casi come questi, è così difficile stabilire un minimo di verità e di giustizia.
La realtà è che queste “guerre”, dichiarate nel nome della “legalità” contro i soggetti marginali della società, condotte con metodi estremamente arroganti brutali e violenti, rappresentano di fatto un grave pericolo per i cittadini.
Il paradosso di questo mondo alla rovescia è che questa barbarie viene spacciata per una politica ispirata alle esigenze della “sicurezza”. Sicurezza per chi? viene da chiedersi.
A questo interrogativo ha dato una esemplare risposta l’assessore alle politiche sociali del comune di Quartu, che, chiamato a rispondere della sua politica di guerra all’abusivismo, costata la vita al signor Giuseppe Casu, spiega candidamente – La gente si lamenta, non si trovano parcheggi, i bottegai che vendono la verdura in negozio si lamentano della concorrenza… –
Ah legalità bottegaia, quanti delitti si commettono in tuo nome !
Cosa dire infine della psichiatria? Cosa dire di questa pratica che pretende ancora di essere considerata una scienza medica ma che si presta ad essere utilizzata come uno strumento della repressione più brutale?
La pretesa della psichiatria è quella di curare la “mente” e non il corpo, ma si sa, la mente è un’entità evanescente e difficile da individuare, e questo consente alla psichiatria di prendersi una serie di libertà e commettere i più gravi abusi sui corpi dei suoi “pazienti”.
La storia della psichiatria è una storia tragica e criminale, nel passato ha ammesso come metodi di “cura” pratiche quali le mutilazioni cerebrali (lobotomia), lo shock insulinico (stato di coma indotto da iniezioni di insulina), la distruzione fisica e psichica dei “pazienti” mediante segregazione a vita nei manicomi, etc. . Tutte queste pratiche sono state attuate contro la volontà dei pazienti e, a loro tempo, sono state definite “innocue” ed “efficaci contro la malattia mentale”.
Oggi viviamo in tempi apparentemente più civili. I manicomi sono stati chiusi e la lobotomia non si pratica più, l’elettroshock è invece ancora una pratica diffusa, benché attivamente contestata a causa dei gravi rischi (anche di morte) che comporta.
Tuttavia la psichiatria, unica tra le discipline mediche, non ha affatto rinunciato alla pretesa di “curare” i suoi “pazienti” contro la loro volontà mediante pratiche estremamente pericolose per la salute del loro corpo, quali la somministrazione massiccia di psicofarmaci e la “contenzione” a letto. Ancora oggi chi ha l’avventura di visitare un reparto psichiatrico, quello di Is Mirrionis a Cagliari ad esempio, lo troverà popolato di uomini e donne legati ai letti e/o ridotti dai farmaci in uno stato tale da non riuscire né a parlare né a stare in piedi. Buona parte di loro è stata trascinata là dentro contro la propria volontà.
La pratica del ricovero coatto (TSO) è infatti ancora consentita dalla legge, ma, data la delicatezza della cosa, vi sono una serie di garanzie formali per il cittadino: ci deve essere la richiesta di un medico, la convalida di un altro medico e del sindaco, la vigilanza di un giudice e il provvedimento deve essere formalmente comunicato all’interessato. Si può procedere al ricovero coatto solo se ricorrono tutte queste circostanze e se l’interessato rifiuta in assoluto di curarsi (se accetta di “curarsi” può invece scegliere dove e come) e solo se non vi sono altre possibilità. Il ricorso alla violenza non è ammesso se non in caso di assoluta necessità. Queste sono le garanzie formali. La pratica è ben altra cosa … .
I Sindaci, che dovrebbero garantire i cittadini dagli abusi degli psichiatri, nel migliore dei casi si limitano a firmare le carte senza nemmeno guardarle, nel peggiore dei casi chiedono essi stessi il ricovero di persone che creano fastidi.
La pratica del ricovero coatto (TSO) è estremamente violenta, viene effettuata da molti uomini (infermieri, poliziotti, carabinieri, guardie varie) che immobilizzano la loro vittima, spesso dopo una lotta accanita, e la legano alla barella. Succede naturalmente che in questa fase il ricoverato subisca percosse e lesioni. È successo anche che la polizia, sollecitata da vicini e colleghi, abbia fatto irruzione nella casa del “paziente” sfondando la porta.
I tentativi di chi ha subito un TSO di far valere le sue ragioni, chiedendone l’annullamento, non vengono quasi mai presi in considerazione (a Cagliari, ad esempio, non ci risulta sia mai accaduto).
Una delle cose che rimane più oscura è come una pratica estremamente violenta, pericolosa, lesiva ed umiliante come il Trattamento Sanitario Obbligatorio (TSO) possa essere ancora ritenuta valida e “curativa”. Una simile violenza non può evidentemente essere di aiuto a nessuno.
Evidentemente, al di là della questione della “malattia mentale” e della sua “cura” la realtà è ben diversa, infatti, guardandoci intorno, ci accorgiamo di come la psichiatria venga usata dai responsabili “dell’ordine pubblico” come un’arma flessibile ed efficace. Tante volte chi, per una ragione o per un’altra, da fastidio, ma non incorre in comportamenti criminali dei quali la giustizia ordinaria possa farsi carico, viene sbrigativamente tolto di mezzo facendo ricorso proprio alla psichiatria.
Le categorie di questa pseudo-scienza sono infatti talmente vaghe ed arbitrarie che ci si può far rientrare praticamente chiunque. Basta un po’ di “agitazione psicomotoria” (che tra l’altro è molto facile provocare), come nel caso del signor Giuseppe Casu.
Purtroppo, anche sotto questo aspetto la vicenda del signor Giuseppe Casu è stata esemplare. La sua storia non può essere liquidata come il solito caso di “mala sanità”, non è vero! Col signor Casu gli psichiatri si sono comportati come si comportano sempre, come esige la funzione sociale che svolgono. Certo ogni tanto qualcuno, a causa dei loro “trattamenti”, muore, ma è ben difficile che queste morti possano essere documentate e conosciute, di solito passano sotto silenzio.
Tutto ciò è pienamente conforme alla pratica della psichiatria, che ha per lo più una natura disciplinare e di controllo che poco ha a che fare con il concetto medico di “cura”. La funzione che la psichiatria svolge realmente è in buona parte quella di controllare le persone e non quello di “curarle”, e forse è proprio per questo che questa disciplina pseudo-scientifica è sopravvissuta ai suoi tragici insuccessi, ed è ancora attiva oggi.
In conclusione, come comitato sorto a partire dall’esigenza di fare chiarezza e giustizia su questa terribile vicenda, ci proponiamo anche di approfondire alcune delle tematiche politiche e sociali che hanno portato alla fine del signor Giuseppe Casu, quali:
– le politiche “legalitarie” e “securtarie” dei comuni che, in pratica, si traducono in vere e proprie guerre interne condotte per lo più contro fasce marginali della popolazione.
– L’impunità assoluta di cui godono sempre e comunque le “forze dell’ordine”, qualunque siano le brutalità di cui si rendono responsabili.
– Il ruolo della psichiatria come pratica di controllo e non di cura. La barbarie dei ricoveri coatti (TSO) e il loro uso come strumento repressivo interno.
Ci si propone inoltre di creare contatti e collegamenti con altri comitati sorti in tutta Italia in seguito ad altri episodi in qualche modo analoghi, e con organizzazioni antipsichiatriche, allo scopo di solidarizzare con le vittime, scambiare esperienze ed informazioni e possibilmente creare assieme occasioni di controinformazione, di dibattito e di lotta.

Lino Aldrovandi: «Federico era il fratello di Francesco Lorusso»

lunedì 10 marzo 2014 21:52

Il papà di Federico: «Se tremiamo per l’indignazione davanti alle ingiustizie allora siamo fratelli. Siamo fratelli». Corteo a Bologna per l’11 marzo.

 


 

L’intervento del papà di Federico al presidio dell’8 marzo in via Mascarella dove, nel 1977, venne ucciso Francesco Lorusso. Nell’anniversario sono previsti il tradizionale appuntamento alle 10 e un corteo alle 18

di Lino Aldrovandi

L’11 marzo 1977, quando qui in questo posto, fu ucciso Francesco Lorusso, ma potrei fare tantissimi altri nomi di ragazzi leggermente più grandi di me morti assurdamente per mano “amica” (amica tra virgolette ovviamente), io ero un studente di quinta Itis e di lì a poco mi sarei diplomato come perito elettrotecnico. Giorgiana Masi, Roberto Franceschi, studenti universitari, alcune delle vittime uccise, di una lista lunghissima di tanti giovani, con un futuro e una vita davanti. Fino a qualche anno fa non sapevo chi fossero. Il mio pensiero e la mia preoccupazione, e forse me ne vergogno un poco, erano quelli di avere una fidanzatina, di giocare a pallone, di dire stronzate, di divertirmi. Questi ragazzi, invece, hanno dato la vita per degli ideali e questo li rende in un certo senso immortali.

“Ti ho visto scivolare verso il fondo di un’epoca più ripida di altre, con gli occhi rivolti al resto di una vita rimasta in bilico sugli anni, quelli appena sfiorati e quelli intuiti di lontano. Chissà, forse non ci saresti mai finito su quel fondo, se solo un attimo prima di scendere le scale avessi avuto il dubbio di non poterle risalire, né quel giorno di marzo né mai più, eppure le voci dei compagni e i suoni spenti degli spari sono stati un richiamo più forte di ogni legame istintivo con la vita, per quanto fosse ancor più forte delle parole adatte al sacrificio, tuo e di quelli che hanno anteposto il credere in qualcosa al non credere in niente”

Penso che chi ha scritto queste parole, contenute in un libro, sia una persona sensibile, speciale e grandiosa, testimone di questi tempi o meglio di “altri tempi” che è poi appunto il titolo del suo libro: Stefano Tassinari. Testimone indimenticato di un passaggio storico che non è servito ad evitare altre morti, figlie di “quei tempi”. La cara Haidi, madre di Carlo Giuliani, un giorno diceva a Patrizia: “perdonami Patrizia non sono riuscita a salvare Federico”. Cara Haidi anche io e Patrizia non siamo riusciti a salvare altri figli. Stefano Cucchi, Giuseppe Uva e chissà quanti. Stefano Tassinari, scrittore e poeta, con città natale Ferrara e città adottiva Bologna, ci ha lasciato un messaggio forte e chiaro: “non arrendetevi mai alle ingiustizie”. La vita è lotta, è resistenza, e non si può né contrattare né vendere.

La storia di Federico penso che la conosciate un po’ tutti e ringrazio Mauro Collina, ragazzo rivoluzionario ma dal cuore grande e giusto, che quest’anno mi ha invitato a partecipare qui con voi, in una città che amo, per condividere la memoria di un’altra ingiustizia, perché ogni giovane che muore, ricordiamocelo tutti, è una sconfitta atroce per lo Stato, ma soprattutto per chi, questi giovani, avendoli conosciuti ed amati, è costretto a sopravvivere.

Cosa possiamo fare?

Stare uniti e non stancarci mai di chiedere che i diritti di “tutti” siano sempre rispettati, e mai calpestati, soffocati o uccisi come i nostri ragazzi.

C’è una frase famosa che credo ci accomuni tutti: “se tremiamo per l’indignazione davanti alle ingiustizie allora siamo fratelli”.

Siamo fratelli.

Ecco anche il comunicato che convoca le iniziative per l’anniversario dell’11 marzo:

“L’istruttoria svolta contro di noi ha avuto caratteri di inquisizione contro il movimento. Essa è una mostruosità giuridica prodotta da una mostruosità politica, ha avuto origine dal tentativo di trovare dei ‘responsabili’ cui attribuire la gravissima colpa di avere sconvolto la pace sociale regnante nella città ‘più democratica del mondo’…

Il nostro movimento è stato represso duramente perché ha rifiutato di integrarsi, perché si è posto come punto di riferimento alternativo per gli strati emarginati e sotto-occupati, per lottare contro le loro precarie condizioni materiali…

Ciò che si è dovuto colpire è quello che rappresentiamo, la nostra colpa gravissima è di essere tenuti responsabili delle autoriduzioni, delle occupazioni, della contestazione alla amministrazione comunale; affermiamo che quello che si vuole introdurre a livello giuridico è un vero e proprio concetto di rappresaglia”.

Queste parole furono lette dai compagni arrestati nelle giornate del marzo ’77 nell’aula del tribunale di Bologna, durante il processo. Andrebbero bene anche in questi giorni come risposta ai provvedimenti repressivi (i divieti di dimora) notificati il 6 marzo scorso a 12 compagni che nel maggio 2013, assieme ad altre centinaia di manifestanti, si opposero alla militarizzazione di Piazza Verdi.

Quella fu una giusta pratica di resistenza che studenti e precari attuarono per ribadire nel cuore della cittadella universitaria, come in qualsiasi altra piazza pubblica i propri spazi di libertà e autonomia.

Del resto, dal ’77 ad oggi, Piazza Verdi ha visto tante volte tentativi di normalizzazione ed ogni volta nuove generazione di movimento si sono contrapposte e battute contro questi tentativi.

Per queste ragioni, condividiamo la scelta di organizzare per il pomeriggio dell’11 marzo un corteo che ricordi l’assassinio di Francesco Lorusso da parte dei Carabinieri, avvenuto in via Mascarella 37 anni fa, e per esprimere la solidarietà incondizionata ai compagni colpiti dai provvedimenti di Polizia di questi giorni.

Invitiamo tutte e tutti a partecipare alla manifestazione.

“Siamo colpevoli di avere professato pubblicamente le nostre idee, di appartenere al movimento 77, di non accettare alcun compromesso”, affermarono i compagni arrestati davanti al giudice. “Da quel giorno dell’11 marzo abbiamo cercato costantemente di spostare lo squilibrio dalla paura verso la libertà”. Oggi siamo ancora lì che ci stiamo provando.

Vag61 – Spazio libero autogestito

– alle 18 manifestazione @ piazza Verdi

– dalle 21 @ Vag61 mostra e proiezione “Le strade di marzo”

La mattina dell’11 marzo 1977 a Bologna, in seguito a un contrasto sorto nell’Istituto di Anatomia fra alcuni militanti del movimento e il servizio d’ordine di Comunione e Liberazione, i giovani del gruppo cattolico si barricano all’interno di un’aula, invocando l’intervento delle forze di polizia. Appena giunti sul posto, con mezzi spropositati, i carabinieri si scagliano contro gli studenti di sinistra intenti a lanciare slogan. La carica fa subito salire la tensione. Nel corso degli scontri successivi, che interessano tutta la zona universitaria, Francesco Lorusso, 25 anni, militante di Lotta Continua, viene raggiunto da un proiettile mentre sta correndo, insieme ai suoi compagni, per cercare riparo. Muore sull’ambulanza, durante il trasporto in ospedale. Alcuni testimoni riferiranno di aver visto un uomo, poi identificato nel carabiniere ausiliario Massimo Tramontani, esplodere vari colpi, in rapida successione, poggiando il braccio su un’auto per prendere meglio la mira. Lo sparatore, arrestato agli inizi di settembre e scarcerato dopo circa un mese e mezzo, sarà in seguito prosciolto per aver fatto uso legittimo delle armi.

Quando si diffonde la notizia dell’assassinio, migliaia di persone affluiscono all’Università. Dopo che il corteo, partito nel pomeriggio, viene disperso da violente cariche, una parte dei manifestanti occupa alcuni binari della stazione ferroviaria, scontrandosi con la polizia, mentre altri si dirigono verso il centro della città e sfogano la propria rabbia anche infrangendo le vetrine dei negozi. Le iniziative di protesta dei giorni successivi sono duramente represse. Numerosi i fermi e gli arresti. Finiscono in carcere, tra gli altri, i redattori di Radio Alice, emittente dell’area dell’Autonomia Operaia chiusa dalla polizia armi alla mano.

I fatti di Bologna caricano di tensione l’imponente corteo nazionale contro la repressione che si svolge il 12 marzo a Roma. Bottiglie molotov vengono lanciate contro sedi della DC, comandi di carabinieri e polizia, banche, ambasciate. Gli scontri nelle strade sono violenti, e in alcuni casi si svolgono a colpi di arma da fuoco.

Ai compagni, ai familiari e agli amici di Lorusso si impedisce intanto di svolgere il funerale in città e di allestire la camera ardente nel centro storico, mentre il contatto ricercato dai militanti del movimento con i Consigli di Fabbrica e la Camera del Lavoro è reso difficile dalla posizione intransigente assunta dalle organizzazioni della sinistra storica. La frattura con il PCI raggiunge il suo apice nella manifestazione contro la violenza, organizzata per il 16 marzo a Bologna dai sindacati confederali, con la partecipazione, tra gli altri, della DC, partito che il movimento aveva indicato quale principale responsabile dell’assassinio. In quell’occasione al fratello di Francesco fu vietato l’intervento dal palco.

[Dal libro “In Ordine Pubblico” di autori vari – 2003 – curato da Paola Staccioli – Editore Associazione Walter Rossi]

 

Fonte:

http://popoff.globalist.it/Detail_News_Display?ID=99247&typeb=0&Lino-Aldrovandi-